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Il ritratto, l'anima sulla tela

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Pier Paolo Mendogni

Cosa c’è di più intrigante del volto di una persona? Specchio dell’anima? Maschera di un ruolo? Per secoli gli artisti hanno oscillato tra l’una e l’altra rappresentazione, ossia tra realismo e idealismo. Ma il ritratto è anche testimonianza, ricordo: «La pittura contiene una forza divina – ha scritto Leon Battista Alberti - che non solo rende presente colui che è assente, ma ancor più fa sì che una persona morta sembri viva». Con l’invenzione della fotografia, che offre l’immagine istantanea della persona, pittori e scultori hanno dovuto affrontare in modo diverso il soggetto da ritrarre, anche poiché nel frattempo le teorie di Freud sull’inconscio hanno portato ad approfondire l’indagine psicologica sul soggetto. La «rivoluzione» picassiana e cubista ha completato il superamento della rappresentazione come imitazione e quindi da allora si è trasmessa una «sensazione totale del soggetto». Nel secolo scorso l’arte è stata attraversata da tanti movimenti che l’hanno profondamente scossa e alcuni di questi sono arrivati a far scomparire la figura, come l’astrattismo. Il ritratto però non è scomparso, è mutato, ha trasceso il livello fisico diventando autonoma opera d’arte, rivelando – sostiene Alberto Savinio - «l’uomo vero, l’uomo vivo».La storia di questa trasformazione viene raccontata in sessanta opere dei più prestigiosi artisti nell’accattivante mostra allestita a Milano a Palazzo Reale (fino al 9 febbraio) col sostanzioso sostegno di Mondo Mostre e di Skira, intitolata «Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. Capolavori dal Centre Pompidou», curata da Jean Michel Bouhours, come il catalogo edito da Electa. L’inizio è mozzafiato con la conturbante «Odalisca in pantaloni rossi» di Matisse mollemente sdraiata su un soffice divano tra pesanti tendaggi; una donna occidentale nuda, invece, troneggia plasticamente su una poltrona avvolta da un rosso fondale. Dédie di Modigliani, ritagliata bidimensionalmente su uno sfondo scabro, fa trasparire tutta la trepidante tensione della sua anima così come Lucie Kahnweiler di André Derain, i cui mesti pensieri aleggiano tra naturalistici arabeschi, o la silente ragazza dalla camicetta rossa di Pierre Bonnard mentre Marie Catherine del romeno Arikha palesa nel pallore e nella tensione del volto i suoi tormenti. La posizione dei soggetti e alcune pregnanti sottolineature accentuano l’inquietudine del Fernand Fleuret di Friesz, dell’André Rouveyre di Marquet e del francese con pipa di Max Bekmann, mentre Van Dongen fa uscire l’attrice Paulette Pax, squillante di lucenti diamanti, da uno scenario fiabesco. A volte l’artista preferisce dipingere se stesso scandagliando nel proprio animo e facendo affiorare misteriose inquietudini che Zoran Music vela di un angosciante grigiore, Robert Delaunay incide con spesse sfaccettature cubiste rosse e verdi. Gino Severini scompone il suo volto con dinamica futurista e Francis Bacon lo deforma con disumana violenza. La scoperta delle maschere rituali primitive ha influenzato gli scultori cubisti che hanno fortemente sintetizzato la fisionomia dei modelli come Jacques Lipchitz, Henri Laurens, Julio Gonzales mentre Costantin Brancusi ha plasmato in una ideale forma ovoidale in bronzo dorato la fascinosa «Musa addormentata». La figura umana viene scomposta e rimontata da Robert Delaunay (Ritratto di Madame Heim), da Alberto Magnelli (Contadino con ombrello); «Le donne in un interno» di Fernand Leger sono strutturate con la complessità di un impianto industriale e la spagnoleggiante bruna di Pablo Picasso emana un perfido fascino erotico. I surrealisti invece si prefiggono di cogliere «il vero volto della vita» con effetti sconcertanti. «Lo stupro» di René Magritte, ad esempio, mostra una donna bionda il cui viso è costituito dagli elementi marcatamente sessuali del corpo; anche nel «Ritratto di Georgette con bilboquet» il belga dipinge immagini reali, perfette ma usate in modo straniante. La «testa maschile» di Mirò mostra oscenamente la lingua con volgarità accentuata dai contrasti cromatici e dalle insinuanti luci riflesse. Max Ernst forgia in bronzo un essere mostruoso «L’imbecille». Non si ricerca più la somiglianza, la bellezza ma l’opposto, ossia il degrado, il «collasso dell’essere». Ecco la sfigurata «Grande testa tragica» di Fautrier, il volto teso, malinconico della «Donna con cappello» di Picasso, le impietose scarnificazioni di Alberto Giacometti, i drammatici ritratti deformati di Antonio Saura e di Bacon e la testa di Ralf III rappresentata da Baselitz in un «proliferare di visceri e con un orecchio ipertrofico». Altri artisti hanno voluto recuperare l’identità dei soggetti cogliendoli in momenti particolari ma anche con intelligente attenzione alla qualità della pittura. Emergono così la raffinata eleganza di Tamara de Lempicka (Kizette al balcone), la ricca forza espressiva di Anré Derain, Henri Maguin, Suzanne Valadon (Ritratto di Erik Satie) fino agli attuali Errò e Chuck Close. Nel frattempo l’interesse all’indagine sull’uomo, pur continuando nella pittura, ha coinvolto anche altri mezzi espressivi e la mostra si chiude con le immagini inquietanti dei filmati di Kurt Kren e di Paul Sharits.

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