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Arte-Cultura

Settembre '43, esame di fuga

Settembre '43, esame di fuga
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Gustavo Marchesi

L’alba del 9 settembre 1943 la Wehrmacht occupò Sorba, sulla riva destra del Po. Nella caserma di fanteria, i più risoluti dei nostri militari uscirono dal tetto e strappandosi le divise saltarono sulle case vicine. I tedeschi, che tiravano dal basso, lasciarono i feriti sotto scorta all’ospedale civico. Gli altri, rinchiusi in caserma, ebbero l’ora d'aria nel cortile al pomeriggio.
All’ingresso, alle spalle del piantone, un armadio con la «maschinenpistole», Renato sbirciava i pochi passanti. Una ragazza si fermò a rassettarsi: «Ghe bisogn ‘d quel?» disse come tra sé. Renato fece segno che avrebbe smammato volentieri. Lei indugiò a sistemarsi le calze e tenne la sottana alzata il tempo che lui, da dietro al piantone, sgusciò in strada e svoltò fra la caserma e il duomo. Al ponte del parco fu raggiunto da un plotone di prigionieri. Il comandante, un vecchio caporale, ringhiava a fatica: «Seite destr’, destr'». Renato, da solo, piegò indifferente a sinistra e marciò senza affrettarsi lungo il ponte. Oltre il parco si mosse più spedito verso le golene.
In un casolare, tra gente che non sembrava di fiume, ritrovò la ragazza della caserma. La Tina, si chiamava, gli cambiò la divisa con degli abiti arrangiati. Nessuno dei due appariva sorpreso, neanche se avessero combinato di incontrarsi. Sono i momenti in cui ci si aspetta di tutto. Quella che doveva essere la padrona, o proprio la madre della Tina, portò un uovo con una fetta di polenta fredda e del mezzovino. Renato buttò giù e chiese da dormire. Letti non ce n’erano e si aggiustò sul cassone della farina.
All’alba si avviò con dei boscaioli nel fitto, a una base d’appoggio della Resistenza. Prima del bosco una pattuglia tedesca che rastrellava manovalanza li trasferì con altri alla Sacca, in un camion coperto. Avrebbero traghettato il Po sul barcone a motore dei sabbiaroli. Aspettavano che ci fosse meno luce per ingannare gli «sputafuoco»  inglesi.
Una volta imbarcati, gli uomini si agitarono. I due tedeschi di guardia li minacciavano. Renato non aveva dubbi, se andavano in Germania, di là non tornava. «Fa' come me, vieni indietro e buttati piano», bisbigliò a Civilén, uno della sua fila con la faccia da bambino smarrito; detto fatto si calò leggero come uno straccio, nuotando subito sotto. Civilén lo seguì, ma diede un tonfo. I tedeschi spararono in basso all’impazzata. Civilén urlando annaspava.
La corrente spinse Renato a riva, in direzione opposta al barcone, non lontano dalla Sacca. Sapeva di essere prossimo a Concordia, un paese dalla torre alta che dominava due province. Malgrado la penombra intravide la torre e filò da Scorbetto, il barbiere della Concordia. Gli saltò in casa mezzo nudo, mentre stavano a cena. Raccontò tutto e cadde stremato. Il giorno dopo tornò al casolare che per lui aveva nome Tina.
La ragazza lo tirò in un recinto di frasche, dietro al pollaio: «Qui sei più sicuro», e gli prese un uovo di misura speciale. Renato si meravigliò: «Avete anche le oche?».
«No, sono grossi ma sempre di gallina. Possono esserci anche due balle».
«Ma guarda. Complimenti».
«Tu sei stato molto bravo. Ce l’hai fatta due volte... E mi hanno detto che suoni il piano». «No, solo per leggere la musica. Ho fatto l’esame, di fuga, si chiama...».
Lei sorrise divertita: «Oh, la fuga, mi sono accorta».
«Poi però devo dare il diploma, da compositore».
La Tina sgranò gli occhi: allora le avrebbe scritto una canzone. «La prima, finita la guerra», promise Renato.

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