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Il Paradiso vetta della poesia

Il Paradiso vetta della poesia
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Sergio Caroli
 Con la rappresentazione del Paradiso, Dante ha inteso animare di soffio vitale l’Universo ultraterreno, regno di Dio e macchina immensa in cui si svolge il moto dei corpi celesti, espressione fisica della perfezione morale e della giustizia. Le teorie filosofiche del passato, dai presocratici alla scienza degli Arabi, fornirono al Poeta un solido ordito per il suo viaggio nel regno dell’ignoto. In virtù dell’esperienza e della fantasia, della scienza e dell’intuizione lirica dantesca, il mondo dell’immateriale assume una forma visibile attraverso l’evocazione di un’infinità di fenomeni fisici, ottici, astronomici, astrali, specie quelli più impalpabili e rarefatti offerti dal mondo naturale. Uno dei più insigni dantisti contemporanei, Enrico Malato, professore emerito di Letteratura italiana all’Università Federico II di Napoli, si è cimentato in una lettura originale dell’ultimo canto del «Paradiso» nel saggio «Dante al cospetto di Dio» (Salerno Editrice, pp. 91, euro 7,80).
Professor Malato, perché l’ultimo canto del «Paradiso», che rappresenta l’arrivo di Dante alla meta, con la folgorante illuminazione di Dio, è - lei scrive - «una pagina di poesia tra le più alte che siano state scritte»?
Perché Dante vi tenta la rappresentazione di Dio, e lo fa in forme e in modi, con procedure e accenti che sono all’altezza dell’obiettivo altissimo che si è dato.
Che cosa significa per Dante vedere Dio?
 Impegnandosi nell’«avventura» della «Commedia», cioè della narrazione di un viaggio salvifico che porta l’uomo Dante, simbolo di ogni uomo che vive nel mondo, dall’esperienza del peccato alla presa di coscienza dell’errore, quindi all’espiazione della colpa e alla beatitudine celeste, il poeta è ben consapevole di compiere una duplice temeraria sfida: la prima è affrontare una materia insidiosissima, il «Divino», mai tentata prima di lui («L'acqua ch’io prendo già mai non si corse», avverte all’inizio del «Paradiso», diffidando i suoi lettori che sono «in piccioletta barca», cioè privi delle attrezzature culturali e intellettuali necessarie, dall’affrontare quella lettura); la seconda è dare una rappresentazione razionale di Dio, rigorosamente esclusa dalla teologia. Secondo i teologi, di Dio era possibile avere un’intuizione mistica, non una conoscenza razionale, troppo eccedente i limiti dell’intelletto umano. Di qui un «gioco» protratto per tutti i trentratré canti del «Paradiso», in cui Dante dice e non dice, allude, afferma, sfugge, in adesione al «topos» dell’ineffabile, «ciò che non si può dire»: la parola può dire un poco, appena un poco, di ciò che la memoria ha conservato; la memoria ha conservato molto poco di ciò che l’occhio (l'occhio della mente) ha potuto vedere; e quell'occhio ha potuto vedere solo una parte infinitesima, e per un tempo infinitesimale, della grandezza e della gloria di Dio.
Che cosa ha scoperto di nuovo analizzando la preghiera di san Bernardo alla Vergine?
 La cosa da mettere innanzitutto in evidenza è che l’orazione alla Vergine di San Bernardo è, contrariamente a una diffusa opinione, non un elemento separato e distinto, mirabile prologo al canto ma «altro» dal racconto che segue, bensì un tutto profondamente, strutturalmente connesso con la parte narrativa del canto medesimo; come del resto lo stesso canto è strutturalmente connesso con la tessitura dell’intera cantica, con continui echi, richiami, riprese che attestano la complessa elaborazione dell’opera. Basti pensare al verso iniziale («La gloria di colui che tutto move...», la gloria di Dio), che trova puntuale riscontro nel verso finale: «l'amor che move il sole e l’altre stelle»: dove quel verbo, move, che in apertura e in chiusura della cantica esprime il moto, espressione prima della vita, sintetizza uno degli aspetti fondamentali dell’idea di Dio che Dante intende trasmettere ai suoi lettori. Ma non solo: Dio è Amore, è Luce, è Verità, che evangelicamente esprime l’aspirazione massima dell’uomo, il quale trova la sua beatitudine, se ha saputo meritarla, nella visione di Dio. Dio però, abbiamo detto, è indefinibile. Di qui lo sforzo di Dante di rappresentarne al lettore una immagine in qualche modo rapportabile alla comune esperienza umana. Egli è la «verace luce» che «appaga» le anime dei beati, la «favilla pura» in cui si riconosce il «vero in che si queta ogni intelletto», «luce intellettual piena d’amore». Tutto questo trova un’estrema mirabile sintesi nel canto ultimo del «Paradiso».
Dante colloca in Paradiso due scomunicati, l’abate Gioacchino da Fiore «di spirito profetico dotato», e «la luce etterna di Sigieri» di Brabante, perseguitato dal vescovo e dall’Inquisizione di Parigi e pugnalato a morte a Orvieto da un chierico mentre si presentava alla curia per difendersi. Il Dio-Misericordia di Dante è dunque razionale...
In realtà Dante si muove, nel campo ecclesiastico-teologico, con una certa autonomia di giudizio: che lo induce per esempio a collocare all’inferno, tra gli ignavi, un papa anacoreta, Celestino V, proclamato santo: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto». Il discorso sarebbe lungo e complesso.
Nel «Paradiso» c'è il mondo come deve essere?
Come Dante lo immagina (o lo sogna).
Nel «Paradiso» i versi che danno forma a un contenuto dottrinale o teologico, rendendo cristallino questo contenuto si fanno essi stessi un contenuto e risplendono in sé come forma pura. Ciò non lede in modo vitale la tesi crociana che distingue fra poesia e teologia, fra poesia e non poesia?
Nel «Paradiso», e in tutta la «Commedia», come altrove mi è capitato di scrivere, c'è una costruzione grandiosa che attinge altezze impensabili e mai altrimenti raggiunte. Non c'è spazio per opposizioni tra poesia e teologia; tanto meno tra «poesia» e «non poesia». Una formula buona non a isolare aree di «non poesia» dantesca, ma piuttosto precludere al lettore la comprensione piena di quella poesia.
Dante al cospetto di Dio - Salerno, pag. 91, euro 7,80

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