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Arte-Cultura

L'innovativo artista francese e la sua originale visione della realtà

L'innovativo artista francese e la sua originale visione della realtà
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Edda Lavezzini Stagno

Duchamp Re-made in Italy» è il titolo della rassegna in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.  Opere storiche dell’artista francese che fanno parte della donazione di Arturo Schwarz raccontano le mostre che Duchamp fa in Italia nel 1964 e 1965, influenzando il lavoro di alcuni nostri artisti come Baj, Dangelo, Patella e il giovane Baruchello, diventato poi grande amico di Marcel. Ma Duchamp, che vive la sua stagione italiana non all’inizio della carriera, ma alla fine, ha qualche contatto in Italia già tra il ’52 e il ’54 nel contesto culturale aperto al Surrealismo e al Dada.  Proprio nel ’54, con l’apertura della libreria di Schwarz, inizia una collaborazione tra il gallerista scrittore, critico e bibliofilo, e l’artista «provocatore». A proposito della Donazione Schwarz alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1998) va detto che si tratta di una donazione rilevante: circa cinquecento tra dipinti, sculture, opere grafiche e fotografie.
Oltre settanta opere, alcune delle quali esposte oggi allo GNAM, riguardano Marcel Duchamp, indubbiamente il più rappresentato e studiato dallo stesso Schwarz, che a Milano con la mostra del 1964, si rivela insostituibile nella promozione dell’artista negli anni del «boom», prima che la cultura del ’68 ne divulgasse il pensiero e le opere.
L’anno successivo è a Roma la seconda mostra dedicata all’artista normanno (Rouen 1887 - Neuilly-sur-Seine 1968). Nello spazio di via Condotti, Dino Gavina,imprenditore colto e geniale, inaugura lo studio esponendo solo sedie«Wassily» di Breuer e Re-made di Duchamp.
L’insolito allestimento realizzato da Carlo Scarpa, sorprende l’artista che considera questa di via Codotti la più bella mostra  mai avuta. Duchamp sarebbe contento anche della mostra in corso a Roma fino al 9 febbraio 2014, allestita per ricordarlo 50 anni dopo il suo viaggio in Italia e 100 anni dopo la creazione del primo Ready-made: «Ruota di bicicletta» (1913).
Ma come nasce questo termine? La risposta ci viene dall’artista stesso: «Già nel 1913,  ebbi la felice idea di montare una ruota di bicicletta su uno sgabello di cucina e di osservarla mentre girava. [...] A New York nel 1915 comprai in un negozio di ferramenta una pala per spalare la neve sulla quale scrissi ''in previsione di un braccio rotto''. Circa in quell’epoca mi venne in mente la parola ready-made per definire questo genere di lavori». Nel museo di Valle Giulia la rassegna, accompagnata dal catalogo Electa dove i contributi della sovrintendente Marini Clarelli e dei curatori Cecchetto, Coltelli e Cossu sono di grande aiuto, si apre col «Vaso fisiognomico col profilo di Duchamp» di Patella, con ritratti, fotografie d’epoca, e lettere. L’ olio del 1902, «Paysage à Blainville», dipinto da Duchamp a soli 15 anni, è l’omaggio a Monet che il giovane Marcel ammira e impara a conoscere su libri e nelle riproduzioni. I suoi «Scacchi da viaggio», molto frequenti nelle sue opere, rivelano la passione ereditata dai genitori per questo complesso gioco di strategia. Questa passione di Marcel è confermata da una sua frase scritta a vent’anni: «Dipingo per vivere e vivo per giocare a scacchi». Incuriosisce la «Boîte en valise», il cosiddetto «museo portatile» creato dall’artista per riunire, all’interno di una valigia Louis Vuitton, 70 pezzi riprodotti in miniatura. Destano molto interesse i filmati che vedono la partecipazione di Duchamp in veste di attore nel film girato da Baruchello nel 1964-65, e il filmato del 1926 con la collaborazione di Man Ray e Marc Allégret, dove sono utilizzati dischi ottici, precursori dell’optical art.
I 14 famosi ready-made replicati da Duchamp in accordo con Arturo Schwarz nel 1964/1965, «Ruota di bicicletta», «Scolabottiglie», «Fontana», «Portacappelli», «Aria di Parigi», «Pliant ...de voyage» e via di seguito, sono il cuore della mostra. Duchamp mira a stupire il proprio pubblico, arrivando a rivoluzionare il concetto stesso di opera d’arte: alla base del ready-made c’è infatti la volontà di utilizzare oggetti provenienti dal quotidiano che, inseriti all’interno dello spazio espositivo, acquistano nuovo spessore e dignità.

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