Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Verdi, un contadino ostinato

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 Anna Maria Dadomo

Gli ospiti erano arrivati, ma lui non aveva nessuna voglia d’incontrarli. Che ci pensasse la Peppina a fare gli onori di casa, a intrattenerli. Infilò la giacca, mise il cappello e uscì dalla porta di servizio per non farsi vedere. Liberò i cani. Perchè erano venuti? Non avevano forse ricevuto la sua lettera?  Eppure, l’aveva scritta per tempo avvertendoli che  era occupato, - occupatissimo -, che la stagione  era brutta, le strade impraticabili,  che minacciava di nevicare da un momento all’altro, che, insomma, se ne stessero tranquilli a Milano in attesa di notizie migliori. Invece no. Erano venuti ugualmente. Non bastava aver comprato casa e podere in quella pianura che piaceva solo a lui, in quella Bassa dove il clima era aspro sia d’estate che d’inverno, - e non invogliava certo a soggiornarvi -, giusto per isolarsi e tenere alla larga gli scrocconi e i perditempo… macchè, ecco che arrivavano, oh se arrivavano.
 Solo la Peppina era contenta di averli per casa, di ascoltarli. Pettegolezzi soprattutto. Bisognava capirla, povera donna, relegata in campagna  per mesi e mesi, lasciata sola  con le serve e  con quei contadini rozzi e senza istruzione, e con lui che, lo ammetteva, quando non aveva voglia di parlare era come rivolgersi a un muro. E infatti non cercava neppure più di stanarlo dal suo mutismo con qualche parola, qualche cauta domanda, con il racconto di vicende o notizie tratte dalle lettere che riceveva e gettava lì come esca  per interessarlo…, eh, sì, per fortuna si era rassegnata e lo lasciava in pace accontentandosi di  monosillabi, stentati pure quelli.  
Man mano che si allontanava dalla villa si sentiva sempre più al sicuro (voleva ben vedere se qualcuno  di quei  cittadini inamidati l’avrebbe seguito!). Quando poi la perse del tutto di vista,  addirittura euforico. Che piacere essere soli con se stessi. In silenzio. La stesura dell’ultima opera  gli era costata molta  fatica, l’aveva lasciato stremato, pervaso da una malinconia, e  da un senso profondo di inutilità. Non voleva neppure più ripensare a tutto il lavoro che aveva fatto, agli ostacoli che si erano presentati subito, fin dall’inizio, alle ripetute richieste  per fare modificare quel benedetto libretto che non corrispondeva al suo sentire, che grondava retorica e falsità ad ogni parola. Ma adesso basta. Era finita. Silenzio e oscurità, questa la sua medicina. E anche quel camminare di buon passo respirando con ingordigia l’aria fredda e nebbiosa, richiamando ogni tanto i cani, piegandosi per una carezza sulla testa che loro accettavano mugolando di piacere , guardandolo con occhi devoti  per poi lanciarsi di nuovo per i campi  e  sparire, l’aiutava. Nessuno l’avrebbe raggiunto. Via, via. Lontano dagli ospiti e dalle chiacchiere che, a ben guardare, erano il meno. Lontano soprattutto dagli artigli dei critici, della stampa, del pubblico. Successo? Insuccesso? Tiepida accoglienza? Applausi di circostanza quelli che avevano accolto l’ultima sua opera? Parole senza significato. Per tutta quella gente la musica era solo un pretesto per una riunione mondana, per affollare i teatri. Che dicessero quello che volevano, i critici! Lui  non leggeva gli articoli delle gazzette, lui era al di là dei loro poveri giudizi. Cosa potevano mai sapere loro di  cosa significasse essere artista. L’arte esige uno stile, un ordine, una disciplina. Sentirsi artisti, essere artisti da capo a piedi, dalle calze al cappello, da quello che si mangia a quello che si dice, dalle rose che si piantano alle lettere che si scrivono, dalle parole al silenzio. Al silenzio. Che la smettessero di incalzarlo, di chiedere, di interrogarlo. Non gli avrebbero cavato una sola parola di bocca. Essere artisti, e non mestieranti, era  un modo di vivere. Anche in quel momento, sì, in quel preciso momento in cui lui andava  per la campagna vuota e che la nebbia rendeva simile all’ombra dei gelsi che apparivano e scomparivano, era artista. E uomo. Era questo che dimenticavano troppo spesso. 
Uomo concreto che traeva la sua musica dalla terra perché lì nella terra affondavano le radici della sua immaginazione. Lui avrebbe scritto altra musica per non sprofondare nel fango di una vita qualunque, di una vita triviale. Ma la sua musica, lui lo sapeva bene, germinava sotto quella scorza di duro silenzio come il grano sotto la terra e la neve che sarebbe caduta. Mai l’avrebbe detto a  quegli zucconi. Che ci arrivassero da soli a capirlo! Si chinò, prese una manciata di terra. La fregò tra le mani. Ne respirò l’odore. A fondo. Con gli occhi chiusi. 

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