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Bel Paese unito dal calcio

Bel Paese unito dal calcio
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Andrea Ponticelli

Ma è un libro sul calcio o un saggio sulla storia d'Italia? Il dubbio nasce legittimo quando si sfogliano le oltre cinquecento pagine di «Un secolo azzurro - Cent'anni di Italia raccontati dalla nazionale di calcio», il nuovo libro (ed. Longanesi) di Alfio Caruso, il giornalista scrittore nato a Catania nel 1950, per oltre trent'anni nelle principali testate della carta stampata.
Caruso ha unito in un solo libro le sue due grandi passioni: quella per lo sport, e in particolare per il calcio (negli anni Ottanta era vice direttore alla Gazzetta dello Sport), e quella per la storia, culminata in una serie di opere entrate a pieno diritto tra quelle fondamentali per chi vuole rileggere la storia del Novecento. Citiamo ad esempio «Italiani dovete morire» sulla strage di Cefalonia della Divisione Acqui; «Il lungo intrigo» sull'armistizio del '43; «l'onore d'Italia» su El Alamein; e il recente «La battaglia di Stalingrado».
Tra calcio e politica l'intreccio è a doppio filo. Emblematica l'immagine in copertina dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini che festeggia assieme a Bearzot il titolo mondiale dell'82: uno dei tanti esempi di onorevoli, deputati e senatori che hanno  sempre sfruttato le vittorie del calcio - sia della nazionale, sia  delle squadre di club - per i propri scopi anche elettorali. Forse non siamo ancora all'esempio più citato nel rapporto tra sport e politica: quello famoso di Bartali che vinse il Tour nel 1948, all'indomani dell'attentato a Togliatti, e - dicono - bloccò sul nascere la rivoluzione; tuttavia anche certe vittorie degli azzurri sono state un simbolo di pacificazione nazionale.
Quando vince l'Italia,  insomma, vincono tutti. E tutti fanno passerella. Salgono, come si dice, sul carro dei vincitori: dalla Destra alla Sinistra, dai democristiani ai comunisti, da Prodi a Berlusconi, che quando fondò il suo nuovo partito lo chiamò «Forza Italia», cioè lo slogan più urlato negli stadi.
Storicamente  fu il fascismo il primo a sfruttare il calcio. Anche per le proprie mire espansionistiche. Caruso cita l'esempio degli oriundi. Nacquero perché Edoardo Agnelli spiegò nel 1925 a Mussolini che far giocare in campionato i figli degli emigrati in America - soprattutto in Argentina - poteva essere il primo passo della futura espansione politica. E Vittorio Pozzo guidò gli azzurri a due titoli mondiali come aveva guidato i suoi alpini nelle trincee della Grande Guerra.    
E' il trionfo della propaganda: «Auspice del clima littorio, gli italiani forgiati dal duce  nel culto di Roma antica esultano per le immancabili vittorie». Scrive Caruso: «La Nazionale che vince unifica l'Italia più dei proclami fascisti». E quando gli azzurri, nel '34 in Italia, affrontano in semifinale l'Austria, «Pozzo può dare fondo al repertorio: il nemico del Risorgimento, i caduti della Prima guerra  mondiale, il Carso, il Piave, il Grappa, Trento e Trieste. Al confronto Mission Impossible assomiglia a uno scherzetto da educande».
Tuttavia, per vincere a Roma, ci volle (anche) il Duce.  Il fascismo non poteva perdere un mondiale giocato in casa. E Mussolini intervenne per garantire alla nazionale i favori dello stesso arbitro, sia nella semifinale vinta contro l'Austria,  sia nella finale vinta contro la Cecoslovacchia. Non sarebbe mai più successo che uno stesso arbitro dirigesse a un mondiale sia la semifinale sia la finale: nel caso, lo svedese Ivan Eklind. 
Così lo descrive Caruso: «E' un fascista sfegatato, Mussolini è il suo idolo. I sospettosissimi danubiani garantiscono che il giorno prima sia stato invitato a cena dal duce a Palazzo Venezia». Eklind fa il suo dovere: contro l'Austria sorvola sulla carica di Meazza al portiere Platzer in occasione del gol decisivo di Guaita; e contro la Cecoslovacchia lui e i guardalinee sfoggiano il saluto romano e a fine gara festeggiano assieme ai vincitori. «Insomma - scrive Caruso - i cechi da quel dì sono convinti di avere subito una vistosa rapina».
Ma non fu solamente il fascismo ad entrare nella storia del calcio azzurro. Caruso cita l'esempio di Togliatti: il potente capo del Pci sfruttò nel 1953, alla vigilia delle elezioni  la vittoria per 3-0 dell'Ungheria sull'Italia per esaltare la superiorità dei comunisti sulla società occidentale. Lo stesso Togliatti tifava per la Juve, feudo degli Agnelli e dunque «nemica» dei proletari: «quando - ricorda Caruso - Emanuele Rocco lo rivelò sull'Europeo, semina scompiglio tra i compagni».
E se il «Migliore» tifava per la Juve, Andreotti non faceva mistero di essere romanista. Arriviamo poi a Berlusconi, che rifonda il Milan e anche sulle vittorie rossonere si basa per entrare in politica. Ma ci rimane male, quando deve lasciare a Prodi la passerella per il mondiale vinto nel 2006 che serve anche per dimenticare Calciopoli: uno dei tanti scandali che infarciscono le pagine di «Un secolo azzurro».
E sul sito (www.alfiocaruso.com) la citazione di Winston Churchill è il miglior esempio di cosa abbia significato il calcio per gli italiani: «Vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra».

Un secolo azzurro
    Longanesi, pag. 587, € 18,80

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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