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Verdi proprietario e politico

Verdi proprietario e politico
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Giuseppe Martini

«Il giardino chiuso: nessuno deve entrare, né quei di casa dovranno sortire ad eccezione del cocchiere pel poco tempo onde muovere i cavalli» – Qui è Verdi che digrigna via lettera con il suo factotum Mauro Corticelli – «Badate che non scherzo, che ormai intendo di essere padrone in casa mia». Il reo, che peraltro aveva la tendenza a pasticciare, aveva permesso che un inserviente estraesse dalla rimessa la megamacchina idrovora pagata da Verdi fiori di quattrini per far convogliare l’acqua dell’Ongina nei suoi canali – senza successo. Questo Verdi che vuol essere padrone in casa sua non è un Verdi da aneddotica colorita. Sarebbe imprudenza separare la sua opera dal resto del personaggio, la cui biografia temperamentale e il percorso di proprietario terriero non si pongono a fianco della figura d’artista, anzi aiutano a comprenderla in una luce più aderente alla realtà di qualsiasi lettura che non tenga conto dei parametri della vita materiale.Questo è perciò l’asse che chi scrive queste righe ha pensato di tracciare ideando la mostra (e realizzandone il catalogo) «Verdi proprietario e politico», che s’inaugurerà venerdì 8 novembre alle ore 11 presso i locali dell’Archivio di Stato di Parma in via D’Azeglio, curata insieme a Valentina Bocchi: Verdi non lavora solo in funzione dell’appagamento artistico, ma con puntiglioso accanimento anche e soprattutto per comperare terreni e raggiungere quello stato di autonomia e autarchia (materiale e simbolica) che era nel suo carattere e nella sua storia famigliare. In parallelo, la scarsa attitudine per la politica e l’azione lo portano nel giro di un decennio dall’entusiasmo per la causa mazziniana, giovanile e ben irrorato nei salotti milanesi degli anni Quaranta, a una più controllata disposizione per la linea cavouriana, liberale ed esente da scalmanature, che prelude al suo conservatorismo ideologico e caratteriale, ben espresso nella sua condotta di proprietario e nel suo timore – specialmente durante le propagande socialiste negli anni Ottanta – di perdere quei privilegi ottenuti in lunghi anni piegando le note al suo volere. Del resto, erano i suoi lavoranti i primi a stupirsi di come quell’uomo avesse potuto comperarsi tanta terra solo scrivendo note sui pentagrammi, obiettivo a cui si era dedicato con l’ostinazione di chi vuole farsi padrone del mercato, e non subirlo.
 Da qui, i patti con l’editore Ricordi, le percentuali strappate sulle vendite e sui noleggi degli spartiti, la volontà di far rispettare l’esecuzione delle proprie opere, convinto che solo così potessero avere vita duratura, il che significava profitti altrettanto duraturi. A questo scopo combatté anche in sede parlamentare per la legge sul diritto d’autore alla prima Camera dei Deputati del Regno d’Italia a cui lo aveva voluto fortemente Cavour come uomo-immagine, e che Verdi subirà fin dall’inizio per scarsa disposizione alla politica delle aule.L’asse dunque che lega il Verdi proprietario al Verdi politico è già evidente, e da solo basta per una mostra essenziale ma densa come quella che si è pensata con e per l’Archivio di Stato (visitabile fino al 24 aprile 2014 a ingresso libero il lunedì, giovedì e venerdì ore 9-13.30 e il martedì e mercoledì fino alle 17), e che ha convinto anche le numerose istituzioni e partners che a vario titolo ne hanno assicurato appoggio: Comitato nazionale per le celebrazioni verdiane, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Prefettura di Parma, Camera di Commercio di Parma, Provincia di Parma, Comune di Parma, Federazione Provinciale Coldiretti di Parma, Musei del Cibo, Archivio di Stato di Piacenza – che ha fornito importanti contributi per la ricostruzione delle proprietà –, e sulla cui validità scientifica è garanzia il sostegno dell’Istituto nazionale di studi verdiani.Quindi punto fermo è quello di aver voluto un percorso motivato da una lettura interpretativa e non un assemblaggio genericamente celebrativo di documenti verdiani da bicentenario. L’esposizione è perciò divisa nelle due sezioni corrispondenti all’illustrazione delle proprietà verdiane e dell’attività politica di Verdi, nulla di nuovo, ma non un sunto di cose risapute.
 La prima è corredata da documenti e mappe conservati in Archivio, sorretta sempre da una puntuale esplicazione del percorso del Verdi proprietario; in particolare è in mostra una prima ricostruzione dei confini effettivi delle porzioni di terreni acquistati da Verdi, dedotta sulla base delle particelle catastali, e un sorprendente confronto con i guadagni ottenuti dalle opere e puntualmente reinvestiti negli acquisti. Nella seconda è illustrata nel dettaglio una scelta significativa della documentazione che mostra, giorno per giorno, la partecipazione di Verdi all’Assemblea Nazionale delle Provincie Parmensi, il parlamentino che assicurò il passaggio dell’ex ducato al Piemonte nel 1859, e del viaggio a Torino della delegazione – di cui Verdi era membro – presso Vittorio Emanuele II con la richiesta di unione delle Provincie alla corona sabauda. È anche esposto un inedito di Cavour e un primo tentativo di ricostruzione del numero e date di sedute della Camera a cui Verdi partecipò a Torino. Il catalogo integra i documenti con ampia saggistica. Naturalmente la volontà non è tanto mostrare singoli reperti, ma il legame forte che unisce il proprietario alle sue idee politiche, che sia lume anche per la comprensione della sua opera: il Verdi di questa mostra è un Verdi che si è voluto senza retorica, il Verdi che coglie il proprio tempo e cerca di dominarlo, e che offre una piccola ma utile lezione anche per questo difficile scorcio di millennio.

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