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Milano, Museo del Duomo ora "Made in Parma"

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Pier Paolo Mendogni

Adesso a Milano c’è un nuovo modo per conoscere il Duomo: guardarlo da vicino attraverso la sua storia. Storia raccontata con suggestiva spettacolarità e illuminato rigore scientifico nel nuovo allestimento del Grande Museo del Duomo, completamente riorganizzato dall’architetto Guido Canali che ha curato il restauro dei locali e la disposizione delle opere con la collaborazione per la parte scientifica del direttore del Museo Giulia Benati. Un’altra operazione prestigiosa che si aggiunge ad un curriculum di elevato livello internazionale e che testimonia la sensibilità con cui Canali si accosta agli edifici storici riscoprendone le tracce del passato. Così nel Museo, inserito nel complesso del Palazzo Reale sottoposto a piano terra ad un rapido lifting da parte del Piermarini, sono state recuperate alcune parti del medievale Palazzo di Corte che aumentano il fascino di un percorso che si snoda in ventisette stanze, seguendo cronologicamente l’attività della Veneranda Fabbrica del Duomo da quando nel 1387 il duca Gian Galeazzo Visconti le concesse la facoltà di utilizzare le cave di Candoglia in val d’Ossola per estrarre il marmo necessario per la costruzione della nuova cattedrale di Santa Maria Nascente nello stile fiorito del gotico internazionale al posto di quella esistente, carolingia, dedicata a Santa Maria Maggiore, che venne lentamente demolita in rapporto all’avanzare dei lavori. Un percorso ricco di tesori di altissimo pregio storico-artistico; di sculture che documentano l’internazionalità del cantiere, dove lavoravano più di cinquecento persone, nonché la trasformazione del linguaggio avvenuta tra il gotico e il barocco; di dipinti, monocromi, arazzi, pannelli di vetrate: tutti pezzi abilmente valorizzati da raffinate trovate espositive e da una sapiente illuminazione. Entrando dall’atrio del Palazzo ci si trova di fronte ad alcuni degli elementi decorativi che animano la complessa struttura gotica e che abitualmente non vengono mai osservati nella loro specificità in quanto assorbiti nella visione dell’insieme. Invece guardando, ad esempio, i singoli pinnacoli, curatissimi, si possono fare alcune interessanti considerazioni sulla diversità che corre fra quelli trecenteschi e i successivi (fino all’Ottocento) e sulla abilità delle maestranze che li hanno lavorati con estrema precisione fin nei più piccoli particolari delle foglioline, delle bestioline – pur sapendo che là in alto nessuno avrebbe potuto notarli – perché si trattava di costruire la casa di Dio e tutto doveva essere fatto alla perfezione. Così anche gli arredi, gli apparati liturgici delle cattedrali hanno sempre avuto una sontuosità che rispecchiava la loro funzione al servizio supremo della divinità e alcuni di questi splendidi oggetti di culto sono giunti fino a noi quale preziosa testimonianza della perizia degli orafi e della cultura che li ha prodotti. Il tesoro del Duomo ha origini molto antiche che datano dal V secolo con l’Evangelario detto Dittico delle cinque parti: una copertura in avorio composta da due grandi valve con al centro, rispettivamente, l’aquila e la croce gemmata attorno alle quali sono raffigurati episodi della vita di Cristo. Le botteghe milanesi che lavoravano l’avorio erano largamente apprezzate e si deve a loro la situla (secchiello liturgico) finemente decorata con la Vergine col Bambino e vari personaggi, commissionata nel X secolo dall’arcivescovo Gotofredo. Straordinaria per ricchezza di immagini, pietre e perle è la cosiddetta Croce di Ariberto, vescovo di Milano nell’XI secolo, in avorio, argento dorato e paste vitree. Un enorme modello ligneo del Duomo porta all’interno dell’attività del cantiere dove svetta la statua di San Giorgio che ha ornato la prima guglia: è opera di Giorgio Solari (1404) che nel volto ha raffigurato Gian Galeazzo Visconti. All’epoca viscontea appartengono numerosissime statue eseguite da maestri renani, borgognoni, boemi e ovviamente lombardi a dimostrazione dell’internazionalità del cantiere e del reciproco scambio di esperienze. Nella sala sforzesca il linguaggio figurativo cambia in quanto ci si avvia verso il Rinascimento: si nota la singolare specificità degli scultori lombardi per il taglio secco, dinamico dei panneggi tanto da creare una Santa Lucia «protocubista». Tra le altre statue spicca una delicata S. Agnese nivea nel marmo di Carrara che si distingue da quello zuccherino con venature grigine e rosate di Candoglia. Il Cinquecento propone artisti di notevole spessore quali il Bambaia e Cristoforo Solari. Lasciata la scultura si viene avvolti nella seducente cromia luminosa dei racconti biblici degli antelli delle vetrate, che per secoli hanno educato i fedeli con semplicità e chiarezza. Nel periodo borromaico vi furono notevoli trasformazioni. San Carlo diede l’incarico a Pellegrino Tibaldi di ridisegnare il presbiterio mentre Federico Borromeo fece eseguire le grandi tele sulla vita e i miracoli del cugino, canonizzato nel 1610, che Fede Galizia ha rappresentato mentre porta la croce nella processione per implorare la fine della peste del 1575. In quegli anni Francesco Brambilla ha scolpito numerose statue rifacendosi allo stile michelangiolesco come si nota nel Giosuè. Nel 1628 riprendevano i lavori della facciata che verrà però completata solo nel 1813 su pressione di Napoleone. Del resto non era molto che sulla guglia più alta era stata issata la celebre Madonnina, patrona della città, realizzata da Giuseppe Perego (1774) in rame sbalzato dorato, di cui sono esposti i modelli e l’intelaiatura metallica originale, che assomiglia a una scultura di Duchamp. C’è invece un autentico Lucio Fontana coi tormentati gessi creati per il concorso della Quinta porta del Duomo (1950), assegnata a Luciano Minguzzi che l’ha terminata nel 1965.
 

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