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Ricci: «Bodoni e la “madre” di tutti i libri»

Ricci: «Bodoni e la “madre” di tutti i libri»
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 Roberto Longoni

Con le lettere fu un successo, con i numeri si andò oltre ogni aspettativa. Le lettere erano quelle degli infiniti alfabeti di Giambattista Bodoni: Franco  Maria Ricci le mise insieme, ripubblicando in novecento copie il Manuale tipografico per poi proporlo alle biblioteche di mezzo mondo. Quattrocento dissero di sì a breve giro di posta. Pronte a scucire (e qui entra in scena il discorso dei numeri) 500 dollari, anzichè i 50 richiesti. «Feci un po' di confusione con gli zeri, le virgole e i punti: ma non fu una cosa voluta. Fui io il primo a stupirmi». Essere pagati dieci volte il prezzo previsto per un debutto: non poteva esserci incoraggiamento migliore per un grafico che s'affacciava in grande stile al mondo dell'editoria. «Ero così giovane che, il giorno in cui andai a New York, il direttore della biblioteca che m'aveva mandato a prendere all'aeroporto  mi chiese dove fosse mio padre. Non poteva credere che fossi stato io a pubblicare il Manuale».  Fu allora che Fmr adottò il marchio bodoniano al quale sarebbe rimasto sempre fedele.  L'anno dopo, si rifece anche a personaggi illustri del nostro tempo: da Paolo VI a Jacqueline Kennedy, fino all'allora segretario dell'Onu U Thant. Ma sempre nel segno del principe dei tipografi. «Pubblicai il discorso del Pontefice alle Nazioni Unite con l'Oratio Dominica. Il Papa ne firmò sei copie. Ora non riesco a parlare con il sindaco di Fontanellato? - sorride Ricci - Allora telefonai al segretario Onu, e lui ne firmò 400. Diventai amico di Jacqueline Kennedy che organizzò un cocktail fantastico per vendere il libro. Il ricavato andò alla biblioteca di Firenze appena devastata dall'alluvione».
Una lunga lezione
Con la mostra in Pilotta, Parma celebra il bicentenario della morte di Bodoni:  l'editore dalla rosa rossa (ne ha sempre una di lacca appuntata al bavero), questo illustre concittadino d'adozione, lo ha celebrato per tutta la vita. «A parte Verdi, che è di tutti, è uno dei personaggi più importanti di Parma, con Parmigianino e Correggio. Fu un artista a due dimensioni, come Canova lo fu a tre. Voleva essere il numero uno al mondo e lo fu. Ho cominciato con lui e con lui finisco: tutto quel che c'è in mezzo è gratis» scherza l'editore, mostrando «Bodoni. 1740-1813» il volume (è anche strenna per Cariparma Crédit Agricole)  stampato da Grafiche Step. Il frutto di due anni di lavoro e di cinquant'anni di passione. «Un libro tra i più interessanti dal punto di vista visivo, dopo il primo tributo al mio maestro».   Questo il diretto discendente del Manuale tipografico. «Ero rimasto colpito dalla mostra per i 150 dalla morte del 1963, quando nacque il Museo Bodoni. In contemporanea, era nato il dramma di quello spazio, lassù in Pilotta, senza ascensore né riscaldamento né servizi». Laureato geologo per un'acrobazia del destino, da un paio d'anni Ricci faceva il grafico, a quei tempi. Disegnava il volto di un'Italia in cerca d'identità, nella quale i marchi contavano molto di più della pubblicità. Un lavoro ben remunerato. Lui decise di rimettersi in discussione, per divulgare l'eleganza in punta di stampa.
L'importanza del bianco
«Fotografai il Manuale pagina per pagina. Assunsi due  tipografi appena andati in pensione a Milano: molto di quel lavoro fu merito loro. Aprii la Superlito, in un capannone a Medesano. Comprai le macchine off-set che non usano più il piombo ma lastre incise. Andai fino  in Belgio, per trovare l'inchiostro Dambreme, il migliore». La quintessenza del nero: il giusto sangue per dar vita ai caratteri di Bodoni. La forma della filigranatrice, con l'effigie di Maria Luigia, saltò fuori dal solaio di una vecchia casa patrizia di Mariano. La carta prescelta fu la migliore Fabriano. Materia prima d'enorme valore. «Nel Bodoni, importa quasi di più  il bianco avorio della pagina del nero delle lettere. Impiegare questo carattere è difficile, per la necessità di rispettare i margini: è il più elegante, senza dubbio, ma poco usato. Bodoni per i tipografi è come San Giuseppe per i falegnami».
Troppo belli per essere letti
 Tanto da sfiorare il difetto proprio per l'eccesso di un pregio. «L'estetica bodoniana rischia di essere troppo raffinata per evitare che intelligenza ed esasperata eleganza fossero il proprio limite». Ci volle un anno e mezzo di lavoro perché «risorgesse» il Manuale, quello che Ricci chiama la «madre di tutti i libri». Un volume che non racchiude parole compiute, ma una raccolta di alfabeti: gli elementi per tutte le parole possibili.  Formule magiche. E un che di sacrale avevano i libri d'allora. «Da ammirare e accarezzare. Da mostrare, nelle case dei ricchi, tra mobili, sculture e quadri». Ricci prese a  collezionarli. «Lui ne fece 1.400, ma di questi quattrocento sono fogli volanti, senza contare le grida. Ne ho 1.200, alcuni in copie sole». Alcuni, e il bibliofilo-editore ne ha uno con dedica al generale Junot, uno che si fece conoscere sul nostro Appennino, stampati su seta. Un'opera rara saltata fuori da ricerche internazionali. Intanto, Ricci è andato oltre, stampando libri sempre dal Dna bodoniano. E i  suoi, a differenza di quelli del maestro, sono anche da leggere, proprio così. «Ho avuto la fortuna di fare l'editore con grandi scrittori. Ho pubblicato autori come Borges, Calvino e Barthes.  Per me il testo è molto importante». Come una canzone. Se alla bellezza delle parole e della musica si aggiunge l'eleganza della voce, il capolavoro  è compiuto. 

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