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In Duomo l'urna di Don Bosco

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Christian Stocchi
«Chi sa di essere amato – ammoniva don Bosco – ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani». La semplicità di queste parole, pronunciate da un sacerdote che voleva essere innanzitutto amico ed educatore dei giovani, fa comprendere come generazioni di parmigiani, così come di donne e uomini di tutto il mondo, siano stati cresciuti per essere «onesti cittadini e buoni cristiani». E molti di loro saranno certamente presenti il 15 e 16 febbraio 2014 in Cattedrale, quando arriverà in città l’urna del santo: un evento che introdurrà idealmente il ricco percorso spirituale finalizzato ai festeggiamenti del 2015, ricorrenza del bicentenario della nascita di don Bosco. Proprio alla figura storica del santo risalgono le radici parmigiane dei Salesiani, che, non a caso, coincidono con la sua venuta in città.
Egli, infatti, fece una prima visita in città nel 1867, per incontrare alcune importanti famiglie che potevano sostenere la sua opera. Ritornò quindi nel 1873, dopo che l’anno precedente il vescovo monsignor Domenico Maria Villa gli aveva scritto una lettera in cui si dichiarava «disposto a fare il possibile per l’attuazione di una fondazione Salesiana in Parma, per iniziativa della marchesa Marianna Zambeccari Politi, col titolo Ospizio di S. Giovanni per i fanciulli poveri della città e provincia». Come notano Giuseppe Mezzadri e Valentino Sani nel libro «120 anni di presenza Salesiana a Parma», erano due i quartieri che stavano particolarmente a cuore al vescovo: quello di Santa Croce e quello di San Benedetto, «che più degli altri rigurgitavano di sovversivi e di emarginati». Monsignor Villa, che morì nel 1882, lasciò nel testamento a don Bosco un convento abbandonato, ridotto in pessime condizioni, al punto che era noto al popolo come «al plugär äd San Bendètt». Questa donazione era legata al vincolo di realizzare lì un orfanotrofio entro tre anni. Dopo Villa, fu monsignor Andrea Miotti, vescovo di Parma dal 1882 al 1883, a perfezionare nel 1887 la realizzazione dell’Istituto Salesiano. Non si trattava però di un orfanotrofio, bensì di un’autentica fondazione salesiana. L’anno successivo, dunque, arrivarono a Parma i primi salesiani: don Faustino Confortola, don Emerico Talice, Quirino Bello, Pietro Enria. Fu così che «l’ultimo sogno di don Bosco» poté avverarsi.

LA STORIA
 Il primo direttore fu don Carlo Maria Baratta, sacerdote di origini piemontesi: a lui nel 1999 fu dedicato anche un importante convegno, che ci consegna l’immagine di un uomo modesto, schivo, riservato, dall’approccio ricco di concretezza, secondo la tradizione salesiana. E certo don Baratta ebbe un ruolo fondamentale anche al di là del contesto parmigiano: nel 1904 fu nominato per tre anni a capo dell’ispettoria transpadana. Vale quindi la pena di ricordare i direttori che si sono avvicendati in oltre centoventi anni di storia della casa salesiana di Parma: don Matteo Ottonello, don Paolo Lingueglia, don Alessandro Luchelli, don Luigi Oldano, don Francesco Rastello, don Natale Dottino, don Mario Bassi, don Angelo Ferrari, don Remo Zagnoli, don Franco Olmi, don Ferruccio De Censi, don Luigi Bragalini, don Francesco Viganò, don Arnaldo Scaglioni, don Francesco Cereda, don Gianni Danesi, don Virginio Ferrari, don Renato Benedetti, don Giuliano Giacomazzi e don Massimo Massironi, attualmente in carica. Questi nomi (qualcuno fu direttore a più riprese, in periodi diversi) segnano altrettante fondamentali tappe, in cui la storia dell’opera salesiana di Parma si intreccia indissolubilmente con le vicende della città e talora anche della nazione. Tra queste tappe, si può ricordare che nel 1891 prese avvio la scuola professionale per fabbri, sarti e calzolai. Durante la Grande Guerra, l’Istituto venne requisito e adibito a caserma. Il 1951 segnò una svolta nell’istruzione superiore alla luce della fondazione del Liceo scientifico e della contestuale chiusura del ginnasio. Nel 1980 prese il via il convitto universitario (il convitto di scuola superiore aveva aperto i battenti nel 1965). Nel 1988 ebbero luogo grandi festeggiamenti per il centenario dell’opera salesiana. Sei anni dopo venne aperta la nuova palestra, dedicata a Vero Pellegrini.

IL SAN BENEDETTO OGGI
 Il resto è storia recente: tra i momenti più significativi degli ultimi anni, sicuramente vanno ricordato il premio Sant’Ilario ottenuto nel 2010 e la generosa raccolta fondi per Haiti. Un riconoscimento importante, attraverso cui l’Amministrazione comunale ha voluto offrire un segno tangibile della gratitudine della città nei confronti dell’impegno educativo salesiano a Parma. Oggi il San Benedetto è una realtà significativa, come dimostrano i numeri. I Salesiani presenti a Parma sono in tutto 12, gli studenti 460, suddivisi tra scuola primaria (135), scuola secondaria di primo grado (203) e liceo scientifico (122). Il centro ospita anche un cospicuo numero di convittori universitari: complessivamente sono 80. L’oratorio si pone come punto di riferimento delle attività del quartiere, a testimonianza di un centro che concepisce la propria filosofia educativa ad ampio raggio: la recente svolta tecnologica ha fornito nuovi strumenti alla didattica. L’associazione degli ex allievi, che venne fondata nel 1896 da Giuseppe Micheli, da diversi anni è presieduta da Giuseppe Mambriani: organizza iniziative e si ritrova periodicamente. Tra le altre realtà del San Benedetto, una menzione particolare merita l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si occupa della scuola dell’infanzia. Insomma, ogni ingranaggio di questa grande macchina fa parte di un meccanismo rodato, che dialoga al suo interno e con le diverse realtà cittadine. Ma che ha un obiettivo ben preciso: mettere al centro i giovani. Con una chiara consapevolezza: «In ognuno di questi ragazzi (...) v’è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare». Una fiamma di speranza, quella di don Bosco, ancora ardente, che sa illuminare il percorso del San Benedetto a Parma.

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