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Il "tesoro" dei Canossa tra castelli, monasteri e città

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di Arturo Calzona, curatore della mostra

“Matilde e il tesoro dei Canossa, tra castelli e città” è la prima mostra che la città di Reggio Emilia organizza dedicata ai Canossa. Che Matilde, l’ultima discendente della dinastia canusina, sia sempre stata un punto di riferimento, quasi un marchio di identità, per il territorio reggiano è però cosa che ha una origine molto lontana. Matilde, scrive Donizone nella cosiddetta Vita Mathildis, il grande poema dedicato ad immortalare la storia della dinastia, “pur morta vive in te”, vive dunque nella rocca di Canossa che dal 24 luglio 1115 anno di morte della Contessa si è accollata il compito di non fare scomparire il ricordo della illustre stirpe canusina, da Alberto Azzo a Tedeldo, da Bonifacio e Beatrice a Matilde. Da quel momento la “Alta Canossa”, la rocca di “nuda pietra” è diventata dunque lo scrigno, il luogo per eccellenza, che si identifica con i Canossa.

L’idea della mostra nasce sostanzialmente da queste parole chiave con cui il monaco benedettino Donizone chiude il suo poema, versi che, di fatto, sanciscono il ruolo chiave del Comitato reggiano all’interno di quello che è stato definito il “principato incoativo” dei Canossa.

Da queste parole ha origine anche il titolo della mostra che si articolerà in quattro sedi, Palazzo Magnani, Museo Diocesano, Musei Civici, a Reggio Emilia, e Museo Campanini a Canossa; quattro sedi perché il visitatore potrà ripercorrere momenti diversi della lunga storia del rapporto, a volte anche conflittuale, tra la città di Reggio e le sue istituzioni, in particolare il Vescovo, poi il nascente Comune, e la feudalità del territorio dov’era collocato il baluardo del sistema difensivo canusino, e con quello, lo straordinario sistema di castelli che si opporranno validamente agli attacchi di Enrico IV. La mostra dunque vuole offrire al visitatore la possibilità di salire su una macchina del tempo e ripercorrere a ritroso più di mille anni di storia per essere catapultato in un lontano passato.

Per fare questo abbiamo però inserito un altro elemento: la riscoperta del "tesoro". Ma di quale tesoro si tratta?
Certo, i Canossa come tutti i grandi signori medievali possedevano molte ricchezze. Una testimonianza scritta ci informa che nel 1082, negli anni dunque in cui lo scontro con l’imperatore Enrico IV, scomunicato a Canossa proprio nel 1077, aveva raggiunto il punto più alto, Matilde aveva chiesto all’abate Gerardo di Sant’Apollonio di inviare a Gregorio VII il tesoro per essere utilizzato nella difesa della Chiesa di Roma. Quel tesoro consisteva di ventiquattro corone, una delle quali d’oro con una piccola croce, due tavole d’altare d’argento, il coperchio d’argento dell’arca dell’altare di S. Apollonio e un turibolo d’argento di grandi dimensioni. Tutto questo, fuso a Canossa, fornì settanta libre d’argento e nove d’oro. Un tesoro dunque di una certa consistenza che essendo però stato fuso non può essere esposto anche se abbiamo almeno in parte cercato di ricostruirlo con oggetti, provenienti da diverse parti d’Italia e dall’estero, molto simili a quelli descritti nel documento.

Il termine "tesoro" fa scattare delle suggestioni. È una sollecitazione ai possibili visitatori di andare alla riscoperta di qualcosa di prezioso di cui si conosce poco o quasi nulla Il "tesoro" nell’immaginario collettivo nasconde sempre qualcosa di misterioso e dunque di affascinante e, per certi versi, ciò che abbiamo deciso di esporre corrisponde effettivamente a tale idea, purché il termine “thesaurus” fosse usato al singolare. Nella sua accezione medievale ‘tesoro’ infatti è qualcosa di ben più ampio di quanto qualcuno oggi può pensare. Il "tesoro" che abbiamo deciso di mostrare infatti non è solo quello degli oggetti preziosi che certamente i Canossa possedevano, anche se, in qualche occasione, come abbiamo detto, erano stati fusi per metterli a disposizione di Gregorio VII. Tanto meno ci interessava riaffrontare l’annosa e dibattuta, ma pur sempre intrigante, questione della donazione alla Chiesa dei possedimenti canusini.

Piuttosto, importava mettere in mostra un "tesoro" ben più ampio e nel caso di Reggio Emilia peraltro assai poco conosciuto da parte del grande pubblico: quello dei castelli, dei monasteri, degli xenodochi, dei ponti e delle strade, della cattedrale e delle chiese cittadine, delle chiese plebane, fondati e sostenuti con continuità dai Canossa, insomma, la maggior parte possibile di quel tessuto del territorio reggiano, che storicamente, come conferma anche il testo di Donizone e il ruolo da lui attribuito a Canossa, aveva costituito il cuore, il centro vitale, della politica canusina da Adalberto Atto a Tedaldo, a Bonifacio e Beatrice fino a Matilde, un ‘tesoro’ di cui fanno parte anche le tombe dei Canossa, perché proprio la loro monumentalizzazione voluta da Matilde negli ultimi anni della sua vita rappresenta sicuramente uno degli elementi essenziali di quell’honor che poteva servire a legittimare la stirpe che, con la morte della Contessa, era ormai estinta.

La mostra dunque è costruita essenzialmente su queste problematiche tentando peraltro di proporre qualche confronto con altre realtà contermini ma anche lontane, come appunto Mantova, Modena, Parma, Lucca e Pisa e infine Roma, oppure il mondo lorenese e tedesco che assume un ruolo di grande importanza non solo per lo scontro con Enrico IV, ma fin da prima dal tempo in cui Bonifacio aveva sposato Beatrice e anche successivamente, per il secondo matrimonio con Goffredo il Barbuto e ancora, quando la stessa Matilde sposa Goffredo il Gobbo e Guelfo di Baviera, per cercare capire come agiscono i Canossa e quale strategia mettono in campo anche nella loro politica delle immagini.

La mostra è pensata dunque come un viaggio lungo la via Bibulca, la valle del Secchia, oppure quella Dolo e del Dragone fino al monastero di Frassinoro e il Passo di San Pellegrino in Alpe e poi attraverso la Toscana, verso Lucca o Pisa, e poi verso Roma. Abbiamo cercato inoltre per la prima volta di mettere a confronto la produzione artistica romana con quella del settentrione attraverso cicli dipinti provenienti dai Musei Vaticani, sculture e soprattutto straordinari codici miniati, mai visti in Italia. Si tratta di un confronto importante per cercare di verificare se la scelta dei modelli d’immagine del Papato e dei Canossa, di quella che è stata definita l’immagine della “riforma gregoriana”, coincide o se procede con logiche diverse.

Ma il cuore della mostra, come dicevamo ruota su quello che è il ‘tesoro’ più importante dei Canossa, quello della memoria della dinastia e dunque sulle tombe e sulla loro monumentalizzazione voluta da Matilde non solo a Canossa, ma anche a Mantova, a Pisa fino alla tomba di Matilde a San Benedetto al Polirone.

Viaggiare nel passato non vuol dire però non tornare ad un tempo mitico, ma vuol dire pensare al futuro e per questo, il sistema espositivo prevede l’utilizzo di nuove tecnologie come lo scanner laser 3D con il quale sono state realizzate (Università di Ferrara) per la prima volta i rilievi della rocca di Canossa, ma anche di una serie di altri edifici di altre città (Mantova - Pisa). In questa operazione non si vogliono proporre però opere virtuali, ma semplicemente mettere a disposizione dei visitatori oggetti, chiese, strutture monastiche, cattedrali nella loro materialità, una banca dati  che consentirà in futuro di potere analizzare e agire sul sistema del territorio in modo nuovo e diverso. L’idea di fondo insomma è quella che Matilde e i Canossa possono diventare un punto di riferimento essenziale per una nuova politica nel rapporto tra città e montagna tra centro e periferia.

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