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Dialetto, vita sempre più difficile

Secondo il linguista e dialettologo Giovanni Petrolini, il parmigiano corre il rischio di non essere più parlato. Un tema sul quale lo studioso, autore di un monumentale lessico storico etimologico delle parlate parmensi, ha tenuto una lezione alla Famija Pramzàna

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A cura della Consulta per il dialetto parmigiano, in collaborazione con la Famija Pramzàna e la biblioteca Civica, da dicembre è iniziata la seconda edizione di un Corso di dialetto articolato su dieci incontri. La lezione di apertura è stata tenuta da Giovanni Petrolini professore di linguistica e dialettologia italiana mentre quella di chiusura lo sarà dal linguista e glottologo professor Guido Michelini.

Qualche considerazione generale.

I linguisti ci dicono che, tra lingua e dialetto, sul piano strettamente linguistico, non esistono sostanziali differenze. Si tratta infatti di sistemi fonematici dotati in entrambi i casi di una loro grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, lessico). Lingua e dialetto hanno insomma «una pari dignità semiologica». Anche dal punto di vista genetico, lingua e dialetto rappresentano diversi momenti di uno stesso continuum linguistico. Quello che era una lingua, il latino, attraverso il suo uso parlato si trasformò lentamente, attraverso i secoli, nei volgari parlati neolatini ovvero nei dialetti neolatini e da questi si svilupparono le lingue nazionali. I dialetti sono dunque fratelli dell’italiano perché come l’italiano sono figli del latino e non figli, magari deformi, dell’italiano. Eppure, nonostante queste indubbie affinità linguistiche, lingua e dialetto nel vocabolario italiano hanno un significato ben diverso. Nessuno potrà dire che l’italiano è un dialetto e che il parmigiano è una lingua. Quel che distingue nettamente l’uno dall’altra a ben vedere non dipende da considerazioni linguistiche ma extralinguistiche. Nel linguaggio comune lingua e dialetto, si collocano su due piani diversi. Il dialetto è una varietà linguistica parlata da un numero di persone inferiore e la sua importanza letteraria è inferiore a quella dell’italiano. Queste considerazioni ci portano insomma a collocare senz’altro il dialetto su di un piano di inferiorità rispetto alla lingua.

Il valore del dialetto

Le cose però cambiano radicalmente se si considera che per molti di noi il dialetto è stato la prima lingua che è stata ascoltata in famiglia e ancor più è stata la prima lingua dei nostri padri e dei nostri nonni. Il dialetto ha per noi ha un valore affettivo di gran lunga superiore all’italiano. Quello strano modo di parlare il dialetto è il nostro e solo il nostro, diverso da quello di tutti gli altri abitanti della terra. Più del colore degli occhi e dei capelli, più del modo di vestire a di parlare esprime la nostra più specifica identità e soprattutto la sua curva melodica, la sua cadenza, il suo accento inconfondibile rappresentano una sorta di linguistico Dna. Ed è naturale perciò per noi parmigiani non più giovanissimi innalzarlo di grado e dire che il dialetto parmigiano è una lingua. Si capisce allora perché benemerite istituzioni facciano di tutto per non dimenticarlo e valorizzarlo in un momento della nostra storia in cui fatalmente, se non contrastato, ci porterebbe ad abbandonarne l’uso e con esso forse anche il ricordo.

A pensarci bene ci sono poi ragioni non solo soggettive e identitarie ma anche oggettive che inducono per qualche verso a considerare il dialetto più importante rispetto alla lingua. La sua maggiore antichità per esempio. Per le lingue si può stabilire seppure approssimativamente la data della loro nascita. I dialetti non l’hanno ma sono certamente più antichi delle lingue. Se è vero che l’ anzianità fa grado, il dialetto è di grado più elevato della lingua. Di questo si era accorto in qualche modo Dante Alighieri che nel «De vulgari eloquentia» giudicava senz’altro «nobilior» (più nobile) il volgare, cioè la parlata nativa (oggi diremmo il dialetto), rispetto alla «gramatica», come lui definiva la lingua latina.

Come valorizzare il dialetto

Ci sono dunque molte ragioni valide per valorizzare il dialetto e ci sono vari modi per farlo. Tutte le iniziative però devono fare i conti con quanto la storia linguistica italiana ci insegna e cioè che una lingua si parla e si impone quando ci sono condizioni ambientali che suggeriscono e in qualche modo obblighino ad usarla per capire e per farsi capire. Se è vero che oggi non si avverte l’indispensabilità di parlare in dialetto è vero però che da qualche tempo ci si è accorti del valore psicologico e affettivo dei dialetti. Quando le persone parlano in dialetto sentono il piacere di parlarlo perché parlandolo esprimono l’orgoglio di essere figli di questa amatissima città dal glorioso passato storico etimologico delle parlate parmensi.

Pur apprezzando le varie iniziative che tendono a salvare e valorizzare il dialetto, Petrolini non nasconde il suo pessimismo sul fatto che si possa tornare a parlare in dialetto come una volta. Egli pertanto ritiene che il modo più efficace per valorizzare il dialetto sia quello di archiviarne la memoria (già largamente archiviata) e di approfondirne lo studio. A questo proposito ha annunciato di avere finalmente concluso una impresa ambiziosa, forse «velleitaria», quella di un lessico storico etimologico delle parlate parmensi. Dice: «E’ il lavoro di una vita. L’ho cominciato insieme a mio padre quando ero studente di lettere alla Università di Bologna e concluso adesso che ho i capelli bianchi. Attendo con ansia che qualche generoso imprenditore o qualche pubblica Istituzione mi aiuti a pubblicarlo. Anche se non mi nascondo che a questi lumi di luna quello di stampare come si deve, non ''basta ch’sia'', 15 volumi di 350 pagine l’uno, più un volume ''0'' di introduzione e bibliografia non è certo un gioco da ragazzi»

Petrolini sostiene che ogni parola del nostro dialetto ha una sua storia da raccontare. In particolare le parole di tutti i giorni molto spesso si trasformano, si modificano, pian pianino si deformano.

Un commento

A fine lezione, il professor Giovanni Mori, ha commentato convenendo che esiste il rischio che il dialetto non venga più parlato. E il rischio è più forte per il Parmigiano che per altri dialetti, a causa della spocchia con cui la grande corte della piccola capitale ha per secoli considerato chi parlava il dialetto cioè come un ignorante. Tuttavia, in altre regioni ciò non accade, come in Veneto, a Napoli o a Roma. In altre città addirittura si verifica il processo inverso, come a Mantova e anche a Brescia e Piacenza. Lì le persone più acculturate, quelle che non temono di essere scambiate per ignoranti, hanno ripreso a godersi il piacere di parlare ed ascoltare il dialetto. E’ una operazione che si può fare anche a Parma.

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