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Piccole storie di grandi parmigiane / 19

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Piccole storie di donne parmigiane - alcune note, altre no - che hanno fatto un pezzetto della nostra storia. Oggi il diciannovesimo degli appuntamenti settimanali che abbiamo voluto dedicare alle parmigiane di un passato più o meno recente, celebrandole sul nostro sito e raccontandole grazie al prezioso lavoro di Fabrizia Dalcò, che proprio a loro ha dedicato "Il dizionario biografico delle parmigiane", da cui queste schede sono tratte e che è stato voluto dalla Provincia di Parma. Ecco le tre protagoniste della settimana.

Adorni Anna Maria Carolina
Fivizzano 19 giugno 1805 - Parma 7 febbraio 1893

Figlia di Matteo e Antonia Zanetti, venne chiamata Anna, Maria, Carolina, Emilia. Sono poche le notizie relative all’infanzia e al periodo trascorso a Fivizzano: probabilmente Carolina (così venne chiamata fin da piccola) imparò a leggere e scrivere da una maestra privata e già dimostrò la sua inclinazione per la cura e il sostegno del prossimo. Dopo la morte di Matteo Adorni, nel 1820, le due donne si trasferirono a Parma dove vennero accolte dalla famiglia Ortalli: alla madre vennero assegnate le faccende domestiche, alla giovane Carolina l’educazione delle figlie. Questo le permise di perfezionare gli studi e di dedicarsi alla preghiera e alla meditazione: fin da giovane la sua aspirazione fu quella di farsi monaca ma, convinta dalla madre, abbandonò quella strada per il matrimonio. Così il 19 ottobre 1826 sposò Antonio Domenico Botti, impiegato presso la Corte ducale: nei diciotto anni di vita coniugale nacquero sei figli (uno morì a un mese dalla nascita). Nel 1844 rimase vedova e le venne assegnata, dalla Duchessa Maria Luigia, una pensione di 433 lire e 35 centesimi l’anno. La morte del marito fu uno spartiacque nella sua vita. Da quel momento si dedicò anima e corpo agli altri ma, in particolare, alle donne recluse nelle carceri cittadine: divenne sostegno e conforto per donne segnate da una vita difficile e, grazie ai contatti con l’aristocrazia cittadina, creò nel 1847, la Società di pie Signore per l’assistenza spirituale delle detenute, approvata con decreto di Maria Luigia d’Austria del 27 luglio di quell’anno. Ad accompagnarla in quest’opera Teresa Botteri Lusardi che diventò presidente della Società. L’attività nelle carceri non fu più sufficiente: il cruccio maggiore riguardava l’assistenza delle donne al momento dell’uscita garantendo loro la prospettiva di una vita diversa e migliore. Per questo nel 1848 affittò una casa in borgo San Quintino 8 dove vennero accolte ex detenute e la giovane maestra d’asilo Pietrina Bergamaschi (poi sempre al suo fianco): si trattò del primo nucleo dell’Opera del Buon Pastore. Dopo molte richieste e difficoltà il 7 giugno 1853, su intercessione del Vicario capitolare della Diocesi Giacomo Lombardini, uscì il decreto del Duca Carlo III di Borbone, per l’istituzione di “una casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute” in Borgo della Canadella. Si trasferì, quindi, nella casa con la figlia Celestina e con alcune donne che formarono la prima comunità: Pietrina Bergamaschi, Giuseppina Bianchi, Gaetana Pettinati, Maria Monteverdi, Elisabetta Rossi e Luigia Barozzi. Agli inizi del 1856 ottenne l’autorizzazione a occupare l’ex convento di San Cristoforo e si occupò della sua ristrutturazione. La fondazione dell’Istituto del Buon Pastore in Parma fu autorizzata con Decreto del 9 gennaio 1857 da Luisa Maria di Borbone, Reggente per il Duca Roberto gli Stati Parmensi. Nel 1864 fu eretto presso il carcere di Sant’Elisabetta un ospizio per prostitute ammalate di sifilide: continuò, insieme alle sue Ancelle, le visite a queste malate come aveva già fatto nel reparto esistente in precedenza nelle carceri. Nel 1867 scoppiò di nuovo il colera a Parma e fu costretta a lasciare l’edificio di San Cristoforo, destinato a lazzaretto: sarà Mattia Ortalli a risolvere l’emergenza con l’offerta di una villa a San Lazzaro. Il 15 dicembre 1869 rientrò in San Cristoforo, ridotto ancora una volta in condizioni disastrose. Laboriosa e contrastata è l’approvazione della Costituzione e della Regola dell’Istituto: è il 25 marzo del 1867 quando il vescovo Domenico Maria Villa decretò l’erezione della casa a “Pia Casa delle Povere della Beata Vergine Maria Immacolata” ma l’approvazione delle Costituzioni avvenne il 28 gennaio del 1883 per opera del vescovo Andrea Miotti. Morì il 7 febbraio 1893: grazie a una lettera scritta da tre sorelle alunne della Congregazione al padre, è noto che cosa successe nei giorni seguenti: un vero e proprio pellegrinaggio per vedere e toccare il corpo. In base alla fama di santità, furono fatti dal vescovo Evasio Colli i processi ordinari nel 1940. La causa venne introdotta l’11 gennaio 1952. La Chiesa la proclamò Venerabile il 6 febbraio 1978 e Beata il 3 ottobre 2010 con solenne celebrazione nella Cattedrale di Parma, presieduta da S.E. Arcivescovo Angelo Amato inviato da Papa Benedetto XVI. Le sue spoglie mortali furono traslate dall’Istituto del Buon Pastore di via Sidoli, dove tuttora è conservata un’importante sua reliquia e l’originale monumento funerario, alla Cappella aperta al pubblico della Casa Madre della Congregazione Ancelle dell’Immacolata di Parma, via D. M. Villa. Detti Enti, sue creature, attuano il carisma della loro Fondatrice. Il Comune di Parma le intitolò una strada. Il Comune di Fivizzano eresse una statua in luogo pubblico. Numerose le pubblicazioni e i Convegni per ricordarne la pedagogia e il carisma vivo e vitale con Opere che hanno superato i confini parmensi e italiani.
Bibl.: Lasagni R., Dizionario biografico dei Parmigiani, PPS Editrice, 1999, I, pp. 23-25; Luca A., Anna Maria Adorni, Madre degli ultimi, Edizioni Paoline, 2010; Pagliari M., L’Istituto del Buon Pastore di Parma, Pubbliprint Grafica Traversetolo (PR), 2010.

Maghenzani Lina
Parma 27 novembre 1878 - 13 luglio 1950

Maestra. Insegnò per ventisette anni nella scuola elementare di Marore, frazione dove visse dal 1919 al 1946. Madre di Giovannino Guareschi: sulla sua tomba, nel cimitero di Marore, il figlio fece porre la statua di “Gramigna, l’ultimo della classe”. E’ ricordata come forte e materna, instancabile nell’aiutare i bambini provenienti dalle famiglie più povere. La vita della signora Maghenzani - così era generalmente chiamata da tutti - non fu facile. Giovannino era uno studente difficile con poche possibilità finanziarie. L’amicizia profonda con la collega Sara Caggiati iniziò allora e non cesserà mai. La signora Sara sarà sempre vicina all’amica nei momenti difficili e divenne per Giovannino come una zia.
Bibl.: Eluison G., Il tempo lontano delle “signore maestre”, al pont äd mez, 1988, pp. 33-37; Storia del Comune di San Lazzaro Parmense, Battei, 2003, pp. 126-127.

​Venturini Maria
Parma 1888 - Roma fine anni Cinquanta

Insegnò Filosofia negli istituti superiori di Piacenza e Pavia. Per il suo rifiuto a ogni forma di adesione all’ideologia fascista fu sottoposta ad assidua sorveglianza e, quindi nel 1929, privata della cattedra. Ottenne un posto di supplente alla scuola di avviamento Biffi di Milano, ma nel 1935 per ragioni politiche, fu privata anche di questo impiego. Nel maggio 1938 fu arrestata con l’accusa di complotto antifascista durante la presenza di Hitler in Italia. Rilasciata, continuò a lavorare nelle file dell’antifascismo. A Lugano fu in corrispondenza con inglesi, americani e svizzeri cui indirizzava proteste e appelli contro il fascismo e l’alleanza italo-germanica. Impiegatasi nel 1937 presso il Touring (allora Consociazione Turistica Italiana) fu licenziata ancora una volta. Riuscì a trovare lavoro all’Olivetti d’Ivrea. Nell’aprile del 1943 ebbe una prima denuncia per ascolto di radio straniera. Nell’ottobre dello stesso anno, avvertita di essere nelle liste di persecuzione fascista, lasciò Ivrea e fuggì a Roma. Prima di partire riuscì a trasportare in quattro viaggi una radio trasmittente e a consegnarla ai partigiani della Valle d’Aosta. A Roma partecipò attivamente alla lotta clandestina ospitando e asistendo prigionieri inglesi e greci, ebrei stranieri e italiani. Nell’aprile 1944 venne segnalata come spia inglese: sfuggì alle ricerche dapprima perché l’indirizzo dato era inesatto, poi la segnalazione venne fatta sparire da funzionari compiacenti della Questura. Dopo la guerra divenne un funzionario del PCI e la sua attività si svolse sempre nella sede di Via delle Boteghe Oscure. La sua casa fu punto di riferimento per uomini e donne del PCI dell’Italia del nord che si recavano a Roma, come Nilde Iotti e Giacomo Ferrari. Scrisse Per non tornare indietro! Contro il riarmo della Germania pubblicato dall’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiania Antifascisti di Roma.
Fonte: notizie fornite da Rosaria Venturini.

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