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Rada Markovic: dalla Serbia a Fidenza per riempire di luce la vita (e le case) degli altri

Rada Markovic - Dalla Serbia a Fidenza per riempire di luce la vita (e le case) degli altri

Rada Markovic

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Tenendo duro, e rimanendo dolci, si arriva ovunque. Rada Markovic, dalla Serbia, è in Italia da qualche anno: lavora come professionista dell’illuminazione. Non dimentica nulla della sua vita, né l’amata famiglia, né la terra d’origine, né uno a uno i gradini che ha affrontato, non tanto per il gusto di salire, quanto per andare dove bisogna andare. Ricorda: «Sui Balcani si viveva di prodotti locali, eravamo del tutto fuori dal mercato, i giovani andavano all’estero. C’era ignoranza ma anche equilibrio; i figli dei ricchi e dei poveri indossavano le stesse marche di vestiti». Un’infanzia essenziale e allegra, con due maestose influenze culturali sul territorio: a Nord austroungarica, verso Sud la Turchia. Dice Rada che «Belgrado segna una linea precisa tra due mondi: si vede benissimo nell’architettura della gente, le casette dei turchi, l’altra invece gotica, ricca, più fredda». Una vita normale con strade che, come spesso accade, lavorando e sognando cose normali, portano al meraviglioso. Racconta: «Scuola elementare in Serbia, genitori ingegneri meccanici: mio padre lavorava con tedeschi e svizzeri, era professore a Belgrado. Tempi di inflazione monetaria, con timide aperture verso il mondo, i primi flussi di gente che usciva, impoverendosi in casa. Erano i figli della classe media. Mi venne impartita un’educazione sobria, pochi vestiti e niente zainetti alla moda. Imparai ad amare le cose vere, la campagna, il lavoro, le persone». E’ un piacere sentirla parlare: trentenne sicura di sé, senza aver ammazzato la bimba che aiuta a vivere appieno le cose belle della vita: «Mi facevo a casa i vestiti delle Barbie, era bellissimo. Un po’ stavo in campagna con la nonna, un po’ i miei mi facevano seguire lezioni di pittura, d’inglese, tanto sport. Non ero lì in sospeso senza saper cosa fare. La mamma di mia mamma era una donna meravigliosa, Georgina, casalinga: una grande passione verso il focolare. Cucinare, pulir per bene, coltivare l’orto e le viti per il vino, a settecento metri sul livello del mare. A settembre i ricordi più belli. Vivevamo in una casetta di più di cent’anni, senza luce e senz’acqua, c’era il pozzo. Si andava a prendere lì l’acqua per lavare i piattini. Le posate erano fatte di rame». Metà bucolica e metà global, Rada. «Nel frattempo guardavo cartoni animati su “Cartoon Network”, tutto in lingua originale. Sognavo di fare l’architetto. Ed è quello che ho fatto, alla fine». Venne l’epoca, dura ma naturale, degli scontri in famiglia: «Eravamo tutti ingegneri e medici, desideravano continuassi. Frequentavo architettura a Belgrado. Ho deciso di andare all’estero, inoltre era rischioso stare in Serbia. M’interessava molto il campo dell’illuminazione. Dopo un po’ di tempo trascorso sulla rete, ho seguito una presentazione a Belgrado del Politecnico di Milano: mi sono presentata e ho spiegato quello che volevo fare. La persona stessa incaricata di presentare l’Università italiana, non sapeva del corso di “Lighting designer''». E’ chiaro, quello è il destino. Bisogna solo affrontare, cercando di uscirne vivi, la palude della burocrazia. Va a colloquio all’istituto italiano di cultura a Belgrado. Nel 2009 è a Milano. Impara subito la lingua. Eccola qui, dove il destino l’ha chiamata, con sua entusiasta risposta. Frequenta per un anno un master al Politecnico di “Lighting design e tecnologie della luce”. I professori sono Michele De Lucchi, Huub Ubbens, Carlotta de Bevilacqua, presidente di Danese Milano. Oggi, alba del 2016, Rada è una professionista indipendente, con uno studio tutto suo. Vive a Fidenza con il marito, fidentino, si sono conosciuti a Belgrado. Lui è fotografo. Facile dire sia la luce a unirli. Argomenta: «Anche nell’illuminazione, come in tutte le forme della creatività, si riflettono la mentalità, la storia e la cultura del posto». Prosegue: «Negli ultimi quindici anni si è iniziato a produrre in Cina, basandosi su una cultura sostenuta da sacrifici pazzeschi, in grado di fare oltre i limiti. Così spesso si riduce il livello di qualità nelle finiture. Artemide è l’unica azienda al cento per cento di proprietà italiana: il fondatore, Ernesto Gismondi, è tutt’oggi vivente. Come nell’arte esiste un design e una direzione artistica di estetica. Nell’illuminazione, credo di avere una sensibilità balcanica». Ecco, finalmente, le radici. «Mia nonna faceva il miele. Mai visto un granello di zucchero, da noi. Nel sud della Serbia si faceva il formaggio di pecora. Correvano fiumiciattoli d’acqua limpida. Lei diceva che una donna dovesse sempre trovarsi un uomo più a valle, perché l’acqua prende e porta via». Qui i rilievi la formano: «Quando vedo una persona davanti non riesco a essere formale. Franco Maria Ricci mi disse di darsi del tu. Io: “Se ti chiamo Franco, ti dico le cose che penso”. Lui: “Preferisco così, senza filtri”. Mia nonna a Belgrado conserva con religioso rispetto due libri di FMR, ricordo che da bambina si potevano sfogliare solo coi guanti. Anzi, coi guanti, poteva sfogliarlo solo lei. A noi non era neppure permesso di toccare: un oggetto sacro. Spiega, Rada: «Nel mio lavoro ricerco la naturalezza. Qualche volta mi scontro con pareri tecnici opposti alle miei idee. Quindi devo convincere gli elettricisti». Lo fa con energici, categorici, balcanici, “Si può fare!”. Prima si guardava solo alla forma dell’oggetto, adesso anche alla forma della luce, all’effetto finale che dà il fascio. Non si fa più la bolla di vetro: è la luce che diventa forma, non la lampada. Si cerca di utilizzare materiali ecosostenibili, per illuminare in modo corretto e rispettoso. La luce sbagliata dà fastidio all’uomo e all’ambiente». Artemide per anni è stata la sua casa. «Ho vissuto in quell’azienda, si può dire anche per quell’azienda». Poi la strada in solitaria. «Oggi i clienti mi vedono come persona, non come professionista. Forse è stata la scelta più idonea, la più sincera, avevo in mente di far qualcosa di mio». Ho vissuto il passaggio fra tecnologie, occupandomi anche di sistemi domotici: per un cliente privato ho realizzato un impianto di illuminazione da circa duecento punti luce, controllabile da iPhone, iPad o cellulare». Ho lavorato con Carlotta de Bevilacqua, moglie di Ernesto Gismondi, fondatore di Artemide. Raggiunti alti livelli, mi sono sempre tenuta a mente le origini, la storia dei miei genitori, che mi han detto che tutti i lavori sono dignitosi, se fatti con qualità. Il lavoro è la cosa che crei tu, che alimenti tu; tu dai valore al lavoro, non lavoro a te».

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