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Dr. Rock - I Dik Dik: assolutamente relativi

Schede di archeologia pop, a cura di Riccardo Venturella

Dr. Rock - I Dik Dik: assolutamente relativi
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Riccardo Venturella è un filologo musicale parmigiano, che al suo lavoro a Radio-Tv parma ha via via aggiunto nel tempo una serie di apprezzatissime iniziative anche pubbliche (come Controtempi) con un unico filo comune: lo studio e la passione per la musica, rock-beat-pop...... Ora ha accettato di aricchire il nostro sito con alcune "schede di archeologia musicale pop", per la rubrica "Dr. Rock". Ecco quindi la nuova scheda di Dr. Rock:

I DIK DIK, ASSOLUTAMENTE RELATIVI

I Dik Dik, sì proprio quelli dell'Isola di Wight, sono stati tra i grandi protagonisti del pop nostrano dei sixties, ma anche negli anni settanta hanno resistito molto bene al cambio generazionale proponendo una equilibrata miscela di pop rock d'alta classe.

Pochi sanno però che i nostri hanno licenziato anche alcuni album di marcato sapore prog, il primo dei quali assolutamente dimenticato ma di grande spessore che fondeva le sonorità anglosassoni con la nostra melodia .Sì perchè i Dik Dik in fondo sono sempre stati dei grandi interpreti con la capacità di mediare attraverso un linguaggio moderno ciò che accadeva nella musica pop, senza dimenticare il proficuo sodalizio con Lucio Battisti, amico di Pietruccio Montalbetti, che non solo si concretizzò nei numerosi brani incisi (Dolce di giorno, Guardo te vedo mio figlio o il Vento), ma anche nel lavoro di produzione che il Lucio fece col gruppo dall'inizio dell'avventura. Cosi negli anni sessanta, Pietruccio Montalbetti (chitarra) Giancarlo “lallo” Sbrizolo (basso), Erminio “pepe” Salvaderi(seconda chitarra), Mario Totaro (tastiere) e Sergio Panno (batteria) licenziano un serie impressionate di successi, che passano dalla California Dreamin dei Mamas e Papas, al pop neclassico dei Procul Harum(Senza luce penso la conosciate tutti) ma anche al cantautorato di grana grossa della Band e di Dylan e Tim Hardin(“Eleonora Credi” splendida rilettura di “The weight” ma anche la “Mighty Queen” di Mr Zimmeraman che diventa “l'Esquimese” ) cosi come i brani originali, il gioiellino “il Vento” scritto appunto da Battisti e meravigliosamente arrangiato dai nostri, puro pop psichedelico,(video) ma anche la nostalgica “Il Primo Giorno di Primavera”,in piena linea pop sinfonica scritta da un giovane e sconosciuto Mario Lavezzi.

Con queste credenziali arrivano i settanta, e mentre i gruppi beat superstiti soccombono al pop melodico romantico (vedi Profeti e Camaleonti) i nostri mantengono un profilo decisamente alto che coniuga il buon cantautorato (Neil Young, Elton John tanto per fare due nomi) con il pop rock classico beatlesiano e non. I settanta cosi si aprono con un evergreen come “Io mi fermo qui” quasi snobbato a San Remo e giustamente diventato un classico, e proseguono con la già citata “Isola di Wight” (una riuscita rilettura di Michel Delpech il cui testo originale era francamente abbastanza ridicolo: “White is White, Dylan is Dylan, White is White W Donovan!!!!Da non credere) per finire con la bella e dimenticata “Dove vai” superba ballad, sigla finale di Canzonissima.

I successi continuano, dopo un nuova apparizione a San remo con “Ninna Nanna” (eccezionale la loro rilettura proto prog del pezzo presentato in coppia con la Caselli) arrivano altri capolavori il primo è “Vendo Casa” uscita nella primavera del '71 ultimo regalo di Battisti alla band, che nel frattempo ha mollato la produzione del gruppo (la Ricordi ha posto il veto dopo che insieme a Mogol è migrato alla Numero Uno) che con la sua desolazione sentimentale sembra metaforicamente chiudere gli anni sessanta(video), l'altro è “Viaggio di Un Poeta” estate '72, grandiosa ballad westcostiana scritta da Maurizio Vandelli, che nel frattempo è anche subentrato alla produzione. Da segnalare, nell'autunno del 1971 partecipazione allo show televisivo di Mogol-Battisti “Tuttinsieme” , dove la band offre un'intensa quanto memorabile esibizione live  (video).


E' a questo punto che i nostri tentano una coraggiosa quanto intrepida avventura, spinti infatti dall'ondata progressive che nel 72 dilaga per la nostra penisola (in testa alla classifiche arrivano Pfm, Banco ,Orme , ma anche Genesis Gentle Giant e Van der Graaf) decidono di realizzare un opera concept che attraverso l'immagine della donna e l'esplorazione del suo animo sviluppa il tema della madre terra (ambientalismo e accenni New Age viene da pensare) con un titolo che è tutto un programma “Suite per una donna assolutamente relativa”.Per i testi i cinque si affidano a un giovane e valente cantautore Herbert Pagani, allora conosciuto per alcuni successi estivi, ma anche eccellente traduttore (vedi le canzoni di Edith Piaf per l'album omonimo di Milva, dove spicca una stratosferica “Albergo a Ore”), che fa un ottimo lavoro sulle melodie. La musica invece è affidata al Mario Totaro(tastierista alquanto sottovalutato, ma molto dotato, il primo in Italia ad usare strumenti all'avanguardia come il mellotron e il moog), che scrive dell'ottima musica fondendo il migliore pop anglosassone (Beatles e Moody Blues i primis) con la tradizionale linea pop del gruppo.

Il risultato grazie anche all'eccellente lavoro di produzione di Vandelli (che in questo periodo sembra dare il meglio dietro le consolle, visto che con l'Equipe non succede nulla di interessante) è un disco in equilibrio tra il progressive e il pop, con alcuni piccoli gioielli come la dolce”Il Viso” l'indiavolata “Le Gambe” che sembra fondere Keith Emerson con le ritmiche dei Deep Purple di Fireball (ascoltate attentamente l'incredibile lavoro di tastiere di Totaro, tra Claviet, Moog e piano elettrico)(video), l'epica “Monti e valli” dominata dal Mellotron e l'Hammond (molto Moody Blues) fino alla drammatica “I sogni” con il suo mood sulfureo e un testo oscuro ti fa precipitare in una selva di incubi freudiani (l'aggancio con l'olocausto non è casuale, Herbert Pagani era ebreo nato ed espulso dalla Libia)(video), c'è poi lo strano caso del breve strumentale “Suite” che ricorda vagamente “Wish you Were Here” dei Floyd uscita tre anni dopo, (ma forse sto “sognando” anch'io, e poi lo sappiamo bene che i giri di blues a volte si assomigliano molto).Tutto questo però non basta e il pubblico ancora troppo rigoroso nelle scelte (chi seguiva I dik dik non ascoltava il progressive, mentre i giovani interessati al cosiddetto underground consideravano la band troppo “commerciale”) ignora completamente il lavoro, costringendolo a un oblio che dura ancora oggi (basta dare un'occhio ai vari blog di progressive cosi come alla cosiddetta critica specializzata per capire come sia poco amato questo disco), a torto aggiungo io visto che bisogna tenere presente che i Dik Dik non cercarono di scimmiottare il nuovo pop, ma cercarono un via personale che li rendeva semmai molto originali.

Nel proseguo i cinque tornano sulla strada maestra con ulteriori successi pop rock come “Storia di periferia” “ Help me” e “Piccola Mia”(video) e le più oscure ma non meno belle “Il Confine” e “L'uomo il Cavallo e l'Aratro” poi Panno e Totaro se ne vanno e proprio mentre quest'ultimo inizia una proficua carriera di pilota la band licenzia l'ottimo “Volando” (ma cos'è un presa in giro??) album dalle forti tinte pop progressive (con Roberto Carlotto alle tastiere e Nuccio Favia alla batteria) la cui title track è un'incredibile rilettura della notissima “sailing” di Rod Steward (si daccordo la voce di Rod è inarrivabile ma l'arrangiamento dei nostri è superbo) (video) per il resto si va dal sinfo prog di “Cavalli alati” alla folkeggiante “Contrada” alla quasi gobliniana “Futuro e presente” per chiudere il cerchio con una rilettura ad hoc di “Sognando la California” quasi a ritornare la dove tutto era cominciato (video).
Inutile dire che la storia continua fino ai nostri giorni tra tour revival e un ristorante chiamato-  pensate un po' - l'Isola di Wight. A noi però piace ricordarli per questi due splendidi lavori assolutamente da riscoprire.

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