economia

Che fine ha fatto il ceto medio

Oggi solo il 41% vi si riconosce, ma dieci anni fa sei italiani su dieci ne facevano parte. Colpa dell'austerity, della new economy e del neoliberismo. La via d'uscita? L'economia condivisa (forse)

Che fine ha fatto  il ceto medio
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Sessant'anni fa, in un'Italia ancora in bianco e nero, i magazzini Standa a Napoli aprivano per la prima volta il settore alimentare. Nasceva anche da noi il supermercato, tempio di quel consumismo spicciolo cresciuto negli anni del boom insieme al ceto medio, simbolo del Belpaese che trasformava le macerie post-belliche in benessere. Gli Stati Uniti ci erano arrivati con un anticipo di mezzo secolo (è del 1916 - narra la leggenda - l'insegna del “Piggly Wiggly” a Memphis) ma anche la middle class americana a colpi di lavatrici e scaffali ha innervato la spina dorsale della società occidentale nel XX secolo.

Quel modello è andato in crisi da un bel po' di tempo. Una decina d'anni fa, poi, la mazzata: l'esplosione della bolla dei mutui subprime innestò una impressionante serie di deflagrazioni a catena prima nella finanza poi nell'economia reale che hanno messo in ginocchio il ceto medio. E' la fetta che ha pagato di più la crescita delle disuguaglianze sociali alimentate dalla recessione e dall'evoluzione di un'economia digitale troppo rapida perché tutte le generazioni potessero tenere il passo. Più forti sono le disuguaglianze, più aumenta la distanza fra upper middle class e lower middle class, fra la parte più agiata del ceto medio (autonomi, professionisti, quadri) e quella più in difficoltà (operai, pensionati, impiegati, casalinghe).

DISAGIO GLOBALE

Nel 2016 il disagio del ceto medio è stato una costante nel mondo occidentale, con risvolti sociali e politici di enorme impatto. Basterebbe citare la piega impressa negli Stati Uniti da Donald Trump, autentico catalizzatore delle frustrazioni dell'uomo qualunque. Che sono in larga parte le stesse anche da questa parte dell'Atlantico, dove il voto «di pancia» - dalla Brexit presa sotto gamba al referendum trasformato in un voto su Renzi - ha tradotto sulla scheda i malumori della disoccupazione, le angosce del terrorismo, le tensioni sociali dettate dai flussi migratori.

Se cercate sul vocabolario Treccani troverete addirittura la voce «cetomedizzazione», tanto brutta quanto geniale, coniata anni fa da Giuseppe De Rita. Riassume la tendenza verso quella dimensione propria del ceto di mezzo, né popolo né borghesia, o almeno non nelle interpretazioni più radicali. Oggi quel fenomeno si è drammaticamente ridotto. Vediamo qualche numero restando a casa nostra: la Banca d'Italia registra che, fatto 100 il reddito medio dei lavoratori indipendenti, nel 2004 quello di un operaio era 82, quello di un impiegato 106, quello di un dirigente 184. Nel 2012 il primo è sceso a 79, gli altri due sono saliti a 107 a 196. Nel 2006, alla vigilia della grande crisi, il 60,5% degli operai si considerava di classe media, percentuale oggi precipitata al 31%. Dieci anni fa sei italiani su dieci dichiaravano di far parte del ceto medio, ora appena il 41%, mentre è cresciuta la fetta della «classe popolare» (51,5%) e soltanto il 7% si definisce borghesia o classe dirigente. Secondo l'indagine Demos-Coop della scorsa primavera la maggior parte degli italiani (54%) si colloca in una classe sociale bassa o medio bassa, limitando al 39% il famoso ceto medio.

LE CAUSE DEL DECLINO

Che è successo? Diverse cose: intanto la new economy capace di aumentare la produttività ma non l'occupazione ha eroso parecchi posti di lavoro anche tra i colletti bianchi. Fin dai tempi del luddismo, all'alba della rivoluzione industriale, la lotta fra il lavoratore e la “macchina” ha innestato tensioni sociali feroci, ma il mondo digitale, l'automazione e l'intelligenza artificale stanno restringendo i privilegi di una classe che da tempo si riteneva al sicuro. Aggiungiamoci la globalizzazione (che per la fondazione Bertelsmann crea ansia economica al 35% degli europei) capace di portare alla ribalta aree geografiche con manodopera meno costosa colpendo operai e impiegati delle imprese delocalizzate.

Poi: le politiche di austerity - conseguenza della crisi - e la stretta sul welfare hanno colpito soprattutto la parte bassa del ceto medio. Quando non si è trattato di perdita del posto di lavoro, è stata la stagnazione delle retribuzioni a ribaltare l'orizzonte del signor Rossi. E anche i lavoratori autonomi hanno iniziato a scivolare verso quella zona grigia di precariato dove il reddito non è più coerente con lo status sociale percepito. E che dire delle politiche neoliberiste, in particolare nei servizi pubblici? Il sociologo Arnaldo Bagnasco in un volume di pochi mesi fa («La questione del ceto medio») identifica gli ingredienti di una «ingegneria sociale» dagli esiti nefasti: «l'introduzione della logica di mercato nella produzione dei servizi collettivi e in infrastrutture, misure come lo scorporo di attività ministeriali in agenzie definite quasi non governative, la forte delega di autonomia a scuole e ospedali, l'uso di indicatori standard per valutare gli esiti contrattuali e l'uso di agenzie indipendenti per il monitoraggio».

A colpi di 80 euro renziani, di cancellazione dell'Imu sulla prima casa, di riduzione delle aliquote fiscali alla Trump o alla Salvini - misure da shakerare nel calderone del populismo elettorale - una buona parte del ceto medio ha perso la retta via. Tutto è perduto, dunque? Forse no. E non solo perché a volte la percezione di smarrimento dello status sociale e di riduzione del potere d'acquisto risulta peggiore della realtà: c'è dell'altro.

DA DOVE SI RIPARTE

Guardando diversi indicatori sociali, qualche elemento per provare a essere parzialmente ottimisti non manca: l'occupazione ha ricomincato a crescere (certo, negli Usa galoppa, da noi va avanti piano, ma è già qualcosa); poi gli ultimi dati sul risparmio Acri Ipsos indicano che la percentuale di chi ha messo qualcosa da parte nel 2016 - a tutti i livelli - è salita dal 37 al 40%. Tra l'altro il risparmio cash è in forte crescita non per evasione o riciclaggio ma per la propensione sempre maggiore di intere categorie professionali e sociali a richiedere pagamenti in moneta, spinti dall'indice di fiducia nel sistema creditizio ai minimi storici (il 74% ritiene insufficienti le forme di controllo sugli investimenti). Questo si spiega perché è in atto una nuova «rivoluzione» socio-economica: il ceto medio sta trovando un'insperata ancora di salvezza nella sharing economy. Lo racconta l'ultimo Rapporto Censis disegnando la «seconda era del sommerso».

IL NUOVO SOMMERSO

Spieghiamoci meglio. Se negli anni '70 il Censis vedeva «un sommerso pre-industriale, che nel ventennio successivo fece da battistrada all’imprenditoria molecolare e all’industrializzazione di massa, oggi invece siamo in presenza di un sommerso post-terziario, dove vive un magma di interessi e comportamenti, un’onda profonda di soggetti e di scelte». Un fenomeno che «ha ereditato poco della prassi e della cultura industriali; non ha saldezze organizzative e manageriali, tanto meno adeguati riferimenti sistemici; ma è comunque un fenomeno di enorme peso e importanza». Insomma, l'economia condivisa grazie anche alla tanto vituperata tecnologia offre una possibilità inedita al ceto medio di integrare il proprio reddito. Si dà la casa in affitto utilizzando piattaforme Internet, si condividono i libri di scuola, trasferimenti in auto e viaggi, si organizzano cene in casa a pagamento, si mettono a disposizione competenze di vario genere sfruttando un'app, dal taxi all'assistenza infermieristica, si trasformano due stanze in un bed and breakfast. In sostanza: chi possiede un bene, piccolo che sia, oggi ha la possibilità di farlo fruttare, di metterlo a reddito utilizzando logiche sconosciute solo fino a pochi anni fa. Una sorta di «sapersi arrangiare» 2.0. I casi più clamorosi - inutile dirlo - sono quelli di Airbnb e Uber, e proprio il polverone suscitato dalla piattaforma di affitti che ha scombussolato il business di alberghi e hotel eludendo il fisco ci ricorda che un settore del tutto deregolamentato porta con sé anche una lunga serie di incognite. Troppe?

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