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Economia

Italia in crisi? Puntare sul merito

"Sette anni di vacche sobrie", saggio in cui anche la Food Valley viene vista come punto a favore della ripresa. Per Marco Magnani occorre anche valorizzare il nsotro patrimonio artistico culturale

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La copertina del libro di Marco Magnani

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C'è un'Italia che vale. Fatta di talenti, imprenditorialità, distretti, intelligenze, un autentico patrimonio umano e culturale. Ma non è facile scorgerla, troppo spesso sepolta da una fastidiosa coltre di inefficienze, disuguaglianze sociali, arretratezza tecnologica, sprechi e deficit. Eppure resta - non a caso - il Belpaese.
Luca Parmitano, l'astronauta siciliano rientrato poche settimane fa da sei mesi di orbite spaziali, riusciva a vedere tutto il bello dello Stivale anche da lassù, 400 e passa chilometri sopra le nostre teste.
Marco Magnani non si spinge tanto lontano ma condivide con Parmitano (oltre a un anno di liceo negli States e a «tanto amore per la propria terra») un osservatorio alternativo per leggere la crisi italiana e indicare le via d'uscita.
La sua prospettiva è quella della costa orientale degli Stati Uniti: Magnani è stato banchiere d'affari (JP Morgan, Mediobanca), ha un master alla Columbia University e prima ancora una laurea in Economia a Roma. Oggi è responsabile del progetto di ricerca Italy 2030 alla Kennedy School of Government a Harvard. Osservando l'Italia da Harvard ne scorge vizi e virtù. Ma non aspettatevi ricette miracolose o colpi di bacchetta magica: il segreto del rilancio italiano si chiama sobrietà. Magnani auspica «Sette anni di vacche sobrie» - come recita il titolo del volume che Utet ha da poco dato alle stampe - per rimetterci in carreggiata, in un delicato equilibrio virtuoso fra gli anni di vacche magre (quanti sono? abbiamo perso il conto ormai) e quelli di vacche grasse vissuti dissennatamente.
Il «giacimento» italiano da riportare alla luce è scritto nel nostro Dna, lo stesso che anima i geni di Magnani, rigoroso e disincantato come un anglosassone nella disamina dei problemi ma appassionato umanista come solo noi italiani sappiamo essere nell'indicare le chiavi di svolta.
Da chi ha un passato in JP Morgan ci si potrebbe attendere ricette finanziarie, cascate di tabelle, scorciatoie lastricate di derivati, ossessioni da austerity, ascisse di miliardi e ordinate di manovre. Invece no, perché il problema italiano è di sistema, non si può ridurre a una lettura macroeconomica. E il bisturi di Magnani incide allora con chirurgica precisione le nostre piaghe per sanare l'Italia da qui al 2020.
Come? In primis va dato più spazio al merito per favorire la mobilità sociale in un sistema stagnante dove l'anzianità di servizio conta più della bravura. E' un punto chiave questo, perché l'Ocse ci mette in fondo alla classifica dell'elasticità salariale intergenerazionale con appena il 10% dei figli di non diplomati che arriva alla laurea e professioni diventate quasi «ereditarie» (il 44% degli architetti è figlio di architetti). Altro snodo decisivo è la riforma del sistema educativo, per la quale le proposte sono concrete: asilo dell'obbligo, esame di maturità determinante per entrare all'università, fisco leggero per le borse di studio, laurea in quattro anni. Ma la lista è lunga: che vogliamo fare del nostro tesoro turistico e culturale?
Metà del patrimonio artistico mondiale è nostro ma in un anno Londra attira più visitatori nei propri musei di quanti ne intercetti l'Italia intera. Eppure chi può mettere insieme tre gioielli come Roma, Venezia e Firenze...?
Insomma, poveri ma belli, come da copione. Persino la Corte dei Conti se l'è presa l'altro giorno con Standard & Poor's perché nei suoi rating non tiene conto del patrimonio storico culturale italiano.
Certo, il giro d'affari di musei e monumenti è di 214 miliardi, ma è innegabile che manca una politica di sviluppo e che potremmo fare molto di più. Il patrimonio del Belpaese non è fatto solo di musei, ci sono anche le tradizioni e la cultura alimentare. Il Parmigiano Reggiano è un altro esempio con cui Magnani sintetizza le nostre qualità in termini di unicità di prodotto e di capacità di conquistare mercati; il distretto alimentare di Parma - aggiunge Magnani, che qui è nato - è una rete da prendere a modello per l'interazione fra industria alimentare, capitale umano e istituzioni, riassunto efficace di quella cultura dei distretti che tutti ci invidiano. Andiamo avanti: se l'Italia dedica la miseria dell'1,25% del Pil in ricerca e sviluppo sarà difficile andare lontano. L'economia americana deve l'85% della sua crescita all'innovazione, quindi è lì che bisogna insistere. Le teste non mancano (anche se spesso fuggono all'estero) e oggi l'innovazione «low cost» offre alternative credibili e abbordabili per rivoluzionare i processi logistici e produttivi perfino in settori tradizionali.
Ma il vero motore della ripresa non può che essere la capacità imprenditoriale italiana. Magnani ha molto chiaro il nesso strettissimo che lega lo sviluppo economico all'imprenditorialità. Oggi occorre ripartire da qui, e se la politica non lo ha ancora capito non ha più scuse: la ricetta è tutta qui, condensata in 204 pagine.
Sette anni di vacche sobrie
Come sarà l'Italia del 2020? Sfide e opportunità di crescita per sopravvivere alla crisi Utet, pag. 204, 14,00 (ebook compreso nel prezzo)

 

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