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editoriale

Perché abbiamo bisogno (anche) di leggerezza

Perché abbiamo bisogno (anche) di leggerezza
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Un amico di Parma mi ha consigliato di dar spazio in prima pagina, fra tante notizie serie, anche a un sentimento che non sempre gode di buona reputazione ma che è essenziale per vivere: la leggerezza. Lo faccio volentieri, ricordando una curiosa coincidenza: esattamente quarant'anni fa, durante le vacanze di Capodanno, andai al cinema a vedere un film uscito da poco e destinato a diventare un capolavoro della commedia all'italiana: Amici miei. L'aveva ideato un genio, Pietro Germi, e diretto un altro genio, Mario Monicelli. Quel film avrebbe cambiato la mia vita già dalla scena iniziale, nella quale Philippe Noiret interpreta Giorgio Perozzi, capocronista di un quotidiano, che esce dalla redazione di notte, con in mano il giornale fresco di stampa: si ferma a parlare nell'unico bar ancora aperto e non ha alcuna voglia di andare a casa. Avevo diciassette anni e restai affascinato dalla vita irregolare, quasi all'incontrario, che fanno i giornalisti. Ma il principale motivo per cui Amici miei ha avuto tanta influenza, e non solo su di me, è proprio la leggerezza. Protagonisti del film sono appunto alcuni amici: oltre al Perozzi, il conte Lello Mascetti (un immenso Ugo Tognazzi), l'architetto Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), il barista Guido Necchi (Duilio Del Prete) e il chirurgo Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi). Forse per esorcizzare la vecchiaia che si avvicina, i cinque vivono come eterni adolescenti passando da uno scherzo all'altro e dedicando intere giornate alle loro "zingarate" (la zingarata, dice il Perozzi, è «una partenza senza meta e senza scopo, un'evasione senza programmi che può durare un giorno, due o una settimana»). Credo che quel film ebbe subito grande impatto anche perché uscì nei cinema di un'Italia terrorizzata dalle bombe degli stragisti e dai mitra delle Brigate Rosse; ma più in generale un'Italia cupa, depressa, "pesa", un'Italia in cui ogni espressione artistica "seria", dal cinema alla musica, doveva essere "impegnata". Tutto doveva essere intriso di politica. «Il privato è politico», era uno degli slogan in voga. I protagonisti di Amici miei invece della politica se ne fregavano e del disimpegno facevano una ragione di vita. Si smarcavano dalla sbornia ideologica, ma anche da un'altra condanna, opposta e sempre presente: quella di dover «fare carriera»: «Ma poi è proprio obbligatorio essere qualcuno?», si chiede il Mascetti alla fine del film. Ora, è chiaro che gli irresponsabili protagonisti di Amici miei non vanno presi a modello assoluto di vita. Ma un film lancia spunti, provocazioni, e ho sempre pensato che se Amici miei ci ha lasciato una lezione, è questa: imparare a non prenderci troppo sul serio. Quando il suo figliolo, un ragazzo fin troppo irreprensibile, gli dà dell'imbecille, il Perozzi dice: «Io restai a chiedermi se l'imbecille ero io, che pigliavo tutta la vita come un gioco, o se invece era lui, che la pigliava come una condanna ai lavori forzati». Certo c'è una terza ipotesi, che il Perozzi contempla («O se l'eravamo tutti e due»). Ma perfino il Vangelo ci invita a non affannarci troppo per il domani perché il domani avrà già le sue inquietudini e a ciascun giorno basta la sua pena. È l'augurio che faccio a tutti per quest'anno appena cominciato: che riusciamo a saperlo vivere con levità.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • silviococconi

    05 Gennaio @ 10.13

    Vede, Caro Direttore, un conto è la leggerezza (che potrebbe essere anche la "Grande Bellezza" di Sorrentino, tanto per citare un altro "cult"), un altro è vivere nella totale inconsapevolezza dei problemi come l'80% delle persone d'oggi, che sono solo arrabbiate, ma non pensano alle vere e razionali risoluzioni dei problemi, bensì a quelle emotive; basti vedere il "boom" d'incassi di quel "filmetto" da TV e dal relativo successo cinematografico di quell'attoretto di periferia di Checco Zalone, classico prodotto del ventennio berlusconiano in cui anche lì si cercava di promuovere la leggerezza ... A questo ci ha portato la leggerezza inconsapevole e non pensata dei problemi e dell'impegno per una loro risoluzione !

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  • Biffo

    04 Gennaio @ 12.09

    Io non sono del tutto d'accordo con il Direttore; un conto è la leggerezza, un altro l'immaturità personale, etica e psicologica, che scarica, però, mancanze affettive e privazioni genitoriali e coniugali sulla propria famiglia. I protagonisti dei tre film, di cui il migliore è senz'altro il primo sono, per me, degli eterni bamboccioni, che trascurano doveri lavorativi, professionali e familiari, per andarsene in giro a sottoporre il prossimo, che lavora duramente, a scherzi di cattivo gusto. Chi, di loro, ha mogli e figli, non se li fila per nlente, vengono messi in secondo piano, per privilegiare modalità di vita assolutamente sorpassate ed inadeguate, per gente di 50 anni ed oltre. Faranno anche ridere, ma il loro modo di tentare, inutilmente, di esorcizzare la vecchiaia e la morte, mi lascia perplesso. Penso che lo si possa fare in alti modi, senza dare fastidio od offendere il prossimo. Se tutti coloro che tentano di dimenticare la loro età e quanto ne consegue, facessero come loro, staremmo freschi!

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  • Cucco

    04 Gennaio @ 01.10

    Imparo a conoscere il nuovo direttore della Gazzetta di Parma un po' tutti i giorni dai suoi editoriali e devo ametterlo: mi piace molto e oggi ho voluto scriverlo. Sicuramente per colpa mia, non me ne voglia Molossi, ma ora, per me, il giornale non è solo cronaca locale e pagina dei morti è prima di tutto "l'editoriale". Una penna così a Parma non me la sarei mai immaginata. Grazie, Gazzetta.

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  • Remo

    03 Gennaio @ 21.11

    cit:"quant' è bella giovinezza che si' fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del diman non v'è certezza!" (Lorenzo de' Medici)

    Rispondi

  • Maurizio

    03 Gennaio @ 20.42

    Quindi il Brambilla direttore ha fatto il giornalista solo per fare le zingarate..... O si scherza, però quasi quasi stasera mi metto su l'atto primo!

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