editoriale

Il dolore, la Pasqua, il bisogno di un perché

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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E'stata una settimana santa tremenda. Prima le universitarie morte in Spagna in un incidente stradale, poi l'attentato di Bruxelles. Ancora una volta il dolore innocente è venuto a turbarci, a ricordarci la precarietà stessa della nostra esistenza. Ci illudiamo di programmare la nostra vita ma può bastare un colpo di sonno, o la fatalità di entrare in metropolitana nell'attimo sbagliato.
Il giorno dopo gli attentati, su un muro di Place de la Bourse a Bruxelles qualcuno ha tracciato con un gesso questa scritta: «J'ai peur», ho paura. È il sentimento dominante della nostra epoca. La crisi, il terrorismo, perfino l'inquinamento ci fanno temere per il futuro dei nostri figli. I profeti dell'Apocalisse trovano argomenti per i loro cupi vaticini.
Ma davvero stiamo vivendo uno dei momenti più bui della storia? Davvero le nuove generazioni sono destinate a stare peggio delle precedenti? Penso ai miei nonni: vissero la Grande Guerra, le trincee, i bestiali assalti con la baionetta. E poi la miseria, e poi ancora la dittatura. I loro figli, cioè i nostri genitori, non ebbero sorte migliore. Ho guardato l'altro giorno su YouTube un filmato sui bombardamenti a Milano del 1943: ho riconosciuto la casa della mia bisnonna distrutta, ho visto i crolli in Galleria, alla Scala, a San Fedele, a San Carlo. Alla fine della seconda guerra mondiale rimasero sul campo cinquanta milioni di morti. Tutto è stato ricostruito, ma quanti sacrifici.
E noi? Siamo - ci viene detto - la prima generazione a non aver fatto una guerra. Ma il mondo in cui siamo cresciuti era davvero più sicuro di quello di oggi? Erano gli anni della Guerra fredda, i missili con le testate nucleari puntati contro l'Ovest e contro l'Est. Nel 1983 uscì un film, The Day After, in cui si immaginava il mondo dopo una guerra nucleare: a vederlo oggi pare fantascienza, ma era l'incubo concreto di quella generazione. Le ideologie avevano avvelenato la vita quotidiana di ciascuno di noi, a scuola ci si spaccava la testa con le chiavi inglesi (o ci si accoltellava) perché si era "di destra" o "di sinistra"; in Italia il terrorismo seminava centinaia di morti, si rischiava ad entrare in una banca o a salire su un treno. Eppure, la vita alla fine ha vinto. Il dramma del dolore ha sempre segnato la storia, ma la storia è sempre ripartita.
È vero però che oggi, rispetto agli anni del primo e del secondo dopoguerra, sembriamo sfibrati, impauriti appunto, come ha scritto qualcuno su quel muro di Bruxelles. Come possiamo reagire? Forse un primo passo (dico forse, perché mi guardo bene dal dispensare certezze) è avvertire che tutto quello che ci sta accadendo intorno può portarci a capire che abbiamo un bisogno, un bisogno profondo che è altro dagli obiettivi sui quali avevamo riposto le nostre aspettative di felicità. Non ci bastano una casa e una carriera, non ci bastano neppure gli affetti familiari perché tutto passa, o può passare in un attimo. E mai come nei momenti di dolore (nei momenti in cui avvertiamo un vuoto) comprendiamo di avere il desiderio di qualcosa di più grande. Oggi è Pasqua, e i cristiani dicono che è il giorno in cui si realizza questo desiderio; il giorno in cui la vita trionfa sulla morte. Io non so se sia vero. So che abbiamo tutti bisogno di un perché. Auguri di buona Pasqua.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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