EDITORIALE

Italia in bianco e nero . Perché la nostalgia

fiorello rischiatutto
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E' stata, tra le altre cose, la settimana di Rischiatutto. Fabio Fazio ha resuscitato il celeberrimo telequiz dei primi anni Settanta. Chi ha passato i cinquant'anni ricorderà senz'altro l'originale: Mike Bongiorno e Sabina Ciuffini, il regista Piero Turchetti e il "Signor no" Ludovico Peregrini, quindi i campionissimi: il medico bolognese Massimo Inardi, il farmacista fiorentino Andrea Fabbricatore, la signora Giuliana Longari. Il grande Mike apriva ogni puntata gridando «fiato alle trombe Turchetti!» e la chiudeva con il suo immortale «Allegria!».
Se ne fecero solo cinque edizioni, dal 1970 al 1974: eppure quella trasmissione passò alla storia. Perché Rischiatutto fu davvero uno specchio - non l'unico, ma uno degli specchi - dell'Italia di allora. Riguardare oggi quel telequiz è uno struggente tuffo nel «come eravamo». Rivediamo un'ingenuità che oggi fa tenerezza. La polemica sul dottor Inardi, che essendo un esperto di parapsicologia fu sospettato di leggere nel pensiero di Mike le risposte esatte; e la signora Longari che appunto veniva chiamata "signora" perché sposata (il suo cognome da nubile era Toro) ma aveva solo 27 anni: oggi, se si presenta in tv una di 27 anni - ma anche di 35 - le si dà del tu e la si chiama "ragazza". Sì, più ingenui, ma anche più semplici e più allegri di oggi.
Credo sia questo il motivo per cui è sempre più forte la nostalgia per quell'Italia in bianco e nero. Il Rischiatutto di Fabio Fazio è solo uno dei tanti ripescaggi: dalla Mini alla 500, dalla Vespa al Maggiolino, da molti oggetti di design alla commedia all'italiana di Sordi e Tognazzi. Prodotti immortali dell'Italia degli anni del boom. C'è chi obietterà che si ha nostalgia anche di periodi grami, o per nulla speciali, solo perché ci ricordano la nostra giovinezza. È vero, ma solo in parte. Il Regio ha fatto il pieno, la scorsa settimana, con due rappresentazioni di Grease, e da un pezzo c'è in Italia una radio che si chiama «Anni '60»: con tutto il rispetto, non credo che fra trenta o quarant'anni qualcuno risentirà le canzoni dei vincitori del festival di Sanremo degli anni Novanta o Duemila, né tantomeno credo che un nuovo Fabio Fazio si azzarderà a riproporre i terribili telepacchi di oggi frequentati da analfabeti di ritorno, o peggio ancora i laidi reality. Ce lo chiedemmo già anni fa quando anche i grandi quotidiani dedicarono decine di pagine alla morte di Lucio Battisti: non è che ne stiamo parlando perché ci sembra di tornare ragazzi? La risposta fu no: ne parliamo perché quelle canzoni erano davvero eccezionali, tanto che le cantano anche i nostri figli che sono nati quando Battisti era già scomparso da un pezzo. Alzi la mano chi non ha mai rivisto, sui pochi canali ancora guardabili della tv di oggi, il varietà degli anni Sessanta - con Tognazzi, Vianello, Walter Chiari, Mina, la Vanoni - e non abbia provato vergogna per il varietà di oggi.
No, se abbiamo nostalgia di Rischiatutto non è solo per il dolore del tempo fuggito, ma perché ricordiamo un'Italia più povera, niente affatto serena (il terrorismo incombeva) ma comunque più fiduciosa, più speranzosa di quella di oggi, che sembra avere smarrito ogni senso del futuro e che si rassegna alla mediocrità anche quando prova, invano, a divertirsi.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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