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Editoriale

Le culture di morte e quella della pietà

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Stiamo assistendo a un'affannosa rincorsa al “pazzo”. Chi era l'attentatore di Nizza? Un pazzo, pieno di problemi personali. E quello che ha attaccato a colpi di accetta i passeggeri di un treno in Baviera? Un folle anche lui. L'attentatore di Monaco poi non parliamone: una vittima di bullismo che non si è più ripresa dalle inevitabili turbe psichiche. Perfino dei killer di Dacca, che hanno massacrato chi non sapeva il Corano (nove italiani tra le vittime) si è cercato, pur arrampicandosi sui vetri, un movente psichiatrico.

Dire che gli attentatori sono tutti pazzi è molto consolatorio. Si cerca di convincere (e di convincersi) che non abbiamo di fronte nemici strutturati e organizzati, ma solo pazzi isolati, che ci sono sempre stati, in ogni epoca e in ogni civiltà, e che sempre ci saranno. Consolatorio perché ci illude di non essere in guerra. Consolatorio ma ingannevole.

Certo, chi compie attentati di questo tipo è uno squilibrato. È ovvio. Ma uno squilibrato di cui si servono i veri attori di questa «terza guerra mondiale a pezzi», come l'ha chiamata papa Francesco. Le grandi culture della morte del nostro tempo, siano esse il fondamentalismo islamico (la prevalente) o il neonazismo xenofobo, danno ai loro killer, più che un supporto logistico, un nutrimento ideologico: più che le mani armano le menti e le coscienze. Il Califfato, per attaccare l'Europa, si serve sì di cellule armate e organizzate come quella che colpì Parigi nel novembre scorso, ma anche e soprattutto di cosiddetti “lupi solitari”, i quali poi solitari non sono, perché “moralmente” sostenuti da tutto un mondo che ha dichiarato la guerra santa. Così, chi non può colpire con il mitra colpisce con un camion o un'auto lanciata a piena velocità sulla folla, come accade da tempo in Israele. La follia è la molla che spinge all'azione, spesso suicida: ma di queste follie si servono registi precisi. Gli assassini non sono “lupi solitari”, ma marionette cui vengono tirati i fili.

Di fronte a questa cultura della morte, noi che cosa possiamo opporre? Diciamo sempre che l'Occidente è stanco, sfibrato, che non crede più in nulla, e in queste affermazioni c'è molto di vero. Però mi ha colpito osservare, ormai da tempo, come il nostro popolo manifesta il dolore dopo ogni attentato. Da Parigi a Nizza a Monaco mi colpiscono quei fiori, quelle candele, quelle fotografie dei poveri morti, quelle preghiere. Credo che in questa manifestazione del lutto ci sia il superamento definitivo del Novecento. Di fronte a un orrore, il nostro popolo di oggi non risponde più con la passione per le ideologie, ma con la compassione per l'uomo; per un altro che non si conosce ma che si percepisce simile a noi, uguale a noi. È la pietà: l'origine della nostra civiltà, fondata sulla constatazione del fatto che siamo tutti fratelli, e che ogni essere umano vale: a prescindere da dove è nato, dalla sua condizione sociale, dal suo credo e perfino dai suoi errori. Questa è la nostra superiorità (non esito a usare questo termine) su culture che dividono l'umanità in fedeli e infedeli, oppure in connazionali e stranieri. Possiamo vincere solo se ritroviamo l'orgoglio di questa nostra diversità e la forza per difenderla. Quel che ci attende non sarà indolore, perché la libertà ha un prezzo.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • Indiana

    24 Luglio @ 20.08

    Indiana

    Carissimo direttore,con la pietà e con le fiaccolate non si resuscitano i morti né si evitano altre stragi. Qui non resta che prendere atto che la società multietnica é un fallimento e che ci siamo portati il nemico in casa grazie alla pietà per gli altri. Ora cerchiamo di averne anche per il nostro popolo e di reagire contro questi mostri o sarà la fine per il nostro mondo.Ma tranquillo:c'è chi ha già trovato tutti quei cosi chiamati pokemon!

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