IL COMMENTO

Se la giustizia ti lascia un senso di ingiustizia

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A me, tra le tante, di storie ne è rimasta impressa una: quella della madre che per strada incontrava gli assassini del figlio. Paese piccolo, bastardo posto: poche strade, sempre le stesse. Lei, la vittima, libera al massimo di piangere: loro, gli aguzzini, liberi e basta. Anche di riderle in faccia. Dura lex, sed lex: non fa un grinza.

Provate a chiederlo ad Assunta, però cosa ne pensa: lei che ha seppellito per sempre la sorella Antonia, madre di tre figli. «Quando ho saputo che l’uomo che ha ucciso mia sorella è stato scarcerato per decorrenza dei termini, ho pensato fosse uno scherzo». E invece no: era tutto vero. Tempo scaduto, tanti saluti: il killer è pregato di accomodarsi fuori. «Mia sorella? L'hanno uccisa due volte». Chi alza la mano per dirle che ha torto? Parlatene con i genitori di Paula, la giovane romena portata in Italia e costretta a prostituirsi. Quando osa dire basta la massacrano in quattro o cinque a colpi di martello, forcone, calci e pugni. Ma Paula è forte, respira ancora: allora la bruciano viva. Chiediamo a sua madre, a suo padre, ai pochi amici, se è normale, accettabile - o almeno possibile - che i suoi assassini vengano scarcerati. Perché è questo, per quanto vi possa sembrare incredibile, quello che è successo: decorrenza dei termini, questo dice il codice. E il giudice, ligio, applica alla lettera.

Non siete convinti? Sentite Tiziana: è la figlia del benzinaio di Chiuso, periferia di Lecco. Quello che una sera sulla sua strada trova due ragazzi in motorino.
Questa è una rapina - urlano - e sembra quasi uno scherzo: ma il colpo parte davvero. Il benzinaio cade a terra con un proiettile nel cuore: il suo killer, invece, va in carcere. Due anni. E poi esce. Sì, avete indovinato: per decorrenza dei termini. A volte è la legge, altre chi è chiamato (e, sia chiaro, non è compito facile) ad applicarla. Perché ad esempio a Nunzio in carcere l'avevano messo davvero: aveva alzato le mani su Vincenza, l'aveva minacciata, tormentata. Ma un giudice, uno tra i tanti, disse che non aveva una personalità allarmante. Un'opinione sufficiente per farlo uscire. E dargli la possibilità di chiarirsi con la ex: a colpi di pistola. Non è in fondo sempre questa la storia? Aziz ad Albenga aveva cercato di strangolare la moglie. Arrestato, ha patteggiato due anni: poco, per tenerlo in cella. E così, una volta fuori è andato a finire il lavoro: stavolta con un coltello da cucina.
Le parole sono pietre, diceva il mio professore di diritto: non ci piove. C'è una legge, un codice, una procedura: magari, piuttosto, a volte quello che manca è la giustizia. O qualcosa che ci assomigli, una blanda controfigura che riesca almeno a fare tacere i troppi «io l'avevo detto». In un Paese dove la certezza della pena resta un miraggio, il sogno chissà perché proibito della brava gente, occorre più che mai mettere dei paletti, dei semafori rossi. E pretendere dal legislatore un intervento più efficace, regole più limpide e difficili da aggirare, termini che decorrano - per carità, perché è questo che fanno i termini -, ma senza scontrarsi tragicamente col buon senso. Altrimenti saremo condannati a rivedere sempre lo stesso, brutto, film. Senza sapere cosa rispondere, a Stefania, la ragazza che picchiata selvaggiamente in via D'Azeglio dal suo ex, ora che lui, per decorrenza dei termini, è ritornato in libertà, chiama in «Gazzetta» per dire: «Ho paura». I magistrati fanno il loro dovere, gli avvocati il loro lavoro, la legge il suo corso. Ma forse ad Assunta, Tiziana, Stefania e a tutte le altre interessa solo che qualcuno faccia l'unica cosa che conta: quella giusta.
fmolossi@gazzettadiparma.net

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  • Biffo

    25 Settembre @ 11.33

    Filiberto, io aspetto il giorno, che, però, non arriverà mai, in cui, finalmente, i magistrati del tipo da te citato e quelli che compiono errori infami contro degli innocenti, vengano severamente puniti per quanto hanno perpetrato. E niente isolamento, li lascino in mezzo agli altri carcerati. La scritta "La legge è uguale per tutti", costituisce la più miserabile ipocrisia nel settore della giustizia. Platon Karataev, in "Guerra e pace", sentenziava: "Dove c'è un tribunale, qui vive l'iniquità".

    Rispondi

  • Berta

    25 Settembre @ 10.14

    La giustizia, quella giusta, fra non molto dovremo farcela con le nostre mani. L'attuale società (in)civile ci trasformerà tutti, di questo passo, in tanti (ex)borghesi piccoli piccoli. Quanti di noi, confessiamolo, se ci toccassero di persona delle disgrazie simili, non ci sentiremmo identificati nel protagonista del romanzo di Cerami?

    Rispondi

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