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Economia, gli scenari del dopo referendum

Economia, gli scenari del dopo referendum
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Nel villaggio globale economico-finanziario sappiamo che va tenuto sotto controllo ogni battito d'ali, dagli Appennini alle Ande. Per il referendum che chiamerà alle urne gli italiani domenica prossima si stanno muovendo tutti, dall'Ocse al Financial Times (favorevoli - come la maggior parte dell'establishment finanziario propenso a sostenere Renzi - alla presunta stabilità data dal Sì) fino all'Economist, controcorrente nello sdrammatizzare gli effetti negativi del No, anche se poi l'autorevole magazine britannico ha fatto un mezzo passo indietro.
Ma allora, in termini di economia e di mercati, chi ci guadagnerebbe dall'esito referendario? Partiamo dall'ipotesi - sondaggi alla mano - che va per la maggiore, quella della vittoria del No. E teniamo presente non solo che nel 2016 i sondaggi hanno fallito un po' ovunque, come ci insegnano la Brexit e le elezioni americane, ma che pure le previsioni degli analisti finanziari sono state spesso clamorosamente smentite. Basta guardare il rally delle Borse mondiali all'indomani della vittoria di Donald Trump. Fino al giorno prima pareva che la vittoria del tycoon averebbe scatenato l'inferno.
Dunque, se vince il No: è ovvio che sui mercati a soffrire sarebbero i titoli di Stato, gli azionari sensibili ai tassi di interesse (bancari, gestori di risparmio, utilities) e anche l'euro, perché un'eventuale caduta di Renzi potrebbe essere il primo pezzo di un improbabile puzzle indirizzato all'uscita (remota) dall'Eurozona.
Però guardiamo i numeri: questo scenario sembra già ampiamente scontato dai mercati, tanto che nelle ultime settimane hanno prevalso le vendite (Piazza Affari è tra le pochissime Borse in calo dall'elezione di Trump) e il differenziale con il Bund tedesco è schizzato pericolosamente verso quota 200. Viceversa con il successo del No i titoli legati all'export ed esposti sul dollaro (tipicamente gli industriali) ne beneficerebbero.
Scenario opposto, vittoria del Sì: a tirare un sospiro di sollievo sarebbe il Monte dei Paschi alle prese con un delicato aumento di capitale in una vicenda dove il governo ha svolto un ruolo tutt'altro che marginale; ma anche Unicredit, Ubi e a seguire tutto il comparto bancario, sensibilissimo ai contagi: già fragili per il fardello dei non performing loans, i tassi ai minimi e un'economia che stenta a ripartire, gli istituti di crediti non hanno bisogno di ulteriori scossoni. Il Financial Times paventa addirittura il rischio di fallimento di otto istituti ma l'ipotesi pare un tantino catastrofica.
Fin qui, in estrema sintesi, l'aspetto finanziario. Ma qualsiasi sia l'esito del voto scordiamoci che possa rappresentare una soluzione ai problemi economici del Paese: un Pil anemico, il debito pubblico incombente, la mancanza di investimenti per il rilancio (utilizziamo il deficit sostanzialmente per pagare la quota di interessi non coperta dall'avanzo primario), una deflazione preoccupante e le difficoltà nell'erogazione di credito non si risolvono con un Sì o un No.
E' evidente che le nostre spalle non sono forti come quelle di Stati Uniti o Gran Bretagna e nel caso di uno choc politico la speculazione avrebbe gioco facile come accadde nei giorni del crepuscolo berlusconiano. Ma l'8 dicembre, qualsiasi cosa accada, interverrà Mario Draghi e potrebbe essere un altro «whatever it takes». Per noi potrebbe essere l'ancora di salvezza.

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