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L'importanza di dare speranza ai giovani

L'importanza di dare speranza ai giovani
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Vero. Si tratta solo di parole, ma anche loro qualche differenza la fanno. I nostri ragazzi si sono sentiti sparare quelle sprezzanti del ministro Poletti. I 100 mila giovani che hanno fatto la valigia per andare all'estero a cercare lavoro? «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dov'è andata, perché questo Paese certo non soffrirà a non averli più tra i piedi». I ragazzi americani, l'ultimo discorso kennediano di un'emozionata (e emozionante) Michelle Obama, nel suo addio alla Casa Bianca: «Voglio che sappiate che siete importanti. Dunque, non abbiate paura. Mi sentite, giovani? Siate concentrati, determinati, pieni di speranza. Rendetevi forti con una buona istruzione, esprimetela e usatela per costruire un Paese degno di promesse illimitate».
Ho una figlia di 18 anni, innamorata dell'Italia e della sua città. Lei e i suoi amici, la vita che si spalanca davanti, costruiscono sogni e futuro. Ogni giorno: lavoro, università, «tu cosa vuoi diventare? Devi provarci». Non mollare. Poi c'è la doccia fredda degli ultimi dati Istat, diffusi ieri. Quel maledetto 39,4 per cento: a novembre 2016 la disoccupazione giovanile è tornata a salire, un aumento di 1,8 punti percentuali rispetto al mese precedente, nella fascia d'età tra 15 e 24 anni. Il livello più alto a partire da ottobre 2015. E che dire della mattonata sui numeri dei «Neet», acronimo inglese che sta per «Not in Education, Employment or Training»: sono due milioni i ragazzi tra 15 e 29 anni soffocati dalla grammatica esistenziale del «néné», non studenti e neppure lavoratori, il vicolo cieco della mancanza di vere opportunità per giocarsi la vita. Le gambe e i sogni segati: a vent'anni. La maggior parte di loro ha anche smesso di cercarselo, un lavoro: il 56 per cento dei maschi Neet italiani è inattivo, e la situazione delle donne è ancora più drammatica: ogni 100 ragazze, 72 si sono rassegnate a rimanere disoccupate (dati Il Sole 24 Ore). Giovani trincerati forzatamente in casa coi genitori: il 62,5 per cento tra 18 e 34 anni non ha uno stipendio per andare a vivere da solo. Ma il futuro di un Paese non sono i suoi giovani?
Mia figlia e i suoi amici quel discorso di Michelle Obama l'hanno postato e condiviso su Facebook: in inglese, perché qualche passo avanti queste generazioni l'hanno pur fatto. Perché quei post? Semplice: non mollano la speranza. E hanno bisogno di figure autorevoli che li rassicurino, che ripetano: non scoraggiatevi, dovete costruire un mondo migliore (stupenda canzone di Vasco Rossi). Complicatissimo: perché quella speranza noi grandi non siamo capaci di trasmetterla. Non nelle parole, non nei fatti. Povera Italia, ha scritto ieri Claudio Rinaldi sulla Gazzetta, commentando i dati diffusi dalla Bocconi sul mondo degli imboscati col posto fisso nella pubblica amministrazione: dai 270 spazzini di Palermo che hanno ottenuto un certificato che attesta la loro inidoneità a spazzare strade agli operai assunti dal Comune di Como diventati di colpo impiegati. Invece i nostri ragazzi sono dei gran testardi: si ostinano a pensare ancora - scusate se è poco - che in questo Paese sia possibile rimboccarsi le maniche e provarci. Senza spintine. Per questo postano Michelle: «Non lasciate che nessuno vi faccia sentire come se non contaste niente. Come se non ci fosse posto per voi nella nostra storia americana, perché voi ce lo avete un posto e avete il diritto di essere esattamente chi siete».

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