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EDITORIALE

Dov'è finito il ragazzo di quella fotografia

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Molti anni fa, quando muovevo i primi passi da cronista per il Corriere d'Informazione, che era l'edizione pomeridiana del Corriere della Sera, mi trovai a seguire il caso di una donna, madre di due gemelli diciottenni, trovata uccisa, con il cranio fracassato, nella sua villetta in Brianza. Da subito si sospettò di uno dei due figli, quello che aveva detto di aver trovato il cadavere. Ci volle però un mese - e un saltafosso dei carabinieri - per farlo crollare. Confessò una notte alle quattro, quando i quotidiani del mattino erano già stampati da un pezzo. E siccome l'altro quotidiano milanese del pomeriggio, La Notte, quel giorno era in sciopero, uscimmo solo noi, con un titolone che occupava tutta la prima pagina: «L'atroce verità: è stato il figlio. Ha confessato». Conservo ancora quella prima pagina, ricordo di uno scoop più fortunato che meritato.
Quel titolo mi è tornato in mente l'altro giorno, e infatti l'ho in parte riproposto nell'occhiello (la riga sopra) il giorno dell'arresto di Solomon: «L'atroce verità». Sì, perché all'orrore del massacro scoperto in via San Leonardo si è aggiunta la più atroce delle verità: è stato il figlio. C'è qualcosa di più atroce? È la prima domanda che viene.
La seconda è: ma com'è stato possibile? Questa domanda diventa ancor più angosciante se si osserva la foto del giovane Solomon promessa del Parma, se si vedono i suoi filmati di appena tre, quattro anni fa, nei quali raccontava i suoi sogni di ragazzo e quasi si commuoveva quando parlava della sorellina. Noi dobbiamo avere in mente oggi quella foto e quei video e quelle parole, e pensare che questa è la storia è di un ragazzo che si è perduto. Detesto il buonismo, e voglio essere chiarissimo: Solomon deve pagare, senza sconti, per quello che ha fatto. Ma è un ragazzo che si è perduto. E lui pure, per quanto possa sembrare paradossale, è una vittima. Lui pure ci deve muovere a compassione, a pietà.
Dicevo di quel delitto in Brianza di tanti anni fa, e di quel titolo. Ecco, c'è un altro titolo che facemmo sul Corinf (così veniva chiamato il Corriere d'Informazione) e che ho impresso nella memoria. È quello del giorno dopo la confessione. Il padre andò a trovare il figlio omicida in carcere, lo abbracciò e gli disse: «Ti voglio ancora bene». Quello fu il titolo che sparammo in prima: «Ti voglio ancora bene». Confesso che allora, ventenne, non capii. Debbono passare degli anni, e magari diventare padri, per comprendere. Per avere uno sguardo di misericordia che sembra contro la ragione e la giustizia, ma non lo è.
Non so se Fred Nyantakyi, il padre di Solomon, provi (o: provi già) lo stesso sentimento di quel padre. Ma so di certo che oggi non piangiamo due vittime ma cinque: Patience e Maddy che speriamo siano andate in un posto migliore; il padre Fred e l'altro figlio Raimond, la cui vita non sarà mai più senza croce; ma anche Solomon, forse quello che ha perso più di tutti, perché ha perso se stesso. E non si può non desiderare che un ragazzo perduto si ritrovi.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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  • leoprimo

    18 Luglio @ 23.08

    Come sempre commenti che odorano di razzismo strisciante: il timore che "al negher " sia troppo tutelato. Meglio sarebbe stato dipingere una famiglia disadattata il cui andiamo sfocia in siffatta violenza. Magari qualcuno avrebbe scritto: "l'avevo detto io". Invece no, il dramma è sociale non di colore e quel che scrive Brambilla è poco diverso da quel che ha detto don Mauro nell'omelia di domenica. Cambiano i soggetti ma dire Solomon, Maso o Ferdinando è la stessa cosa, qui si deve indagare sui moventi NON SUL COLORE DELLA PELLE.

    Rispondi

    • Filippo

      20 Luglio @ 08.40

      filippo.cabassa.1970@gmail.com

      vorrei aggiungere al mio post precedente che in questo caso come in altri il commento non è stato "l'avevo detto io" ma "chi l'avrebbe mai detto". Una famiglia ben integrata e senza storie spazzata via in una sera.

      Rispondi

    • Filippo

      20 Luglio @ 07.55

      filippo.cabassa.1970@gmail.com

      Sono pienamente d'accordo sul fatto che dire Solomon, Maso o Ferdinando è la stessa cosa, e che qui si debba indagare sui moventi. Le famiglie in cui questi crimini sono stati commessi non erano tutte disadattate, anzi (pensiamo a Novi Ligure, ad esempio). Ho però la sensazione che la stampa, cercando velocemente una giustificazione a tutti i costi e usando toni buonisti, voglia in qualche modo "mettere le mani avanti" per anticipare i commenti razzisti. In questo modo però si rischia di ottenere l'effetto contrario, proprio perché un crimine è sempre un crimine, indipendentemente dal colore della pelle.

      Rispondi

  • marco

    18 Luglio @ 16.26

    Seguendo il ragionamento del direttore anche i neri che spacciano in bicicletta sono vittime. Loro non sono forse ragazzi che si sono perduti direttore? eppure leggo articoli al vetriolo su di loro. niente pietà per loro? niente compassione?

    Rispondi

  • Filippo

    17 Luglio @ 19.14

    filippo.cabassa.1970@gmail.com

    Come sempre articolo ben scritto, caro Brambilla. Mi pare però che tutta la faccenda stia comunque pericolosamente virando al buonismo (anche se lei si sforza di chiarire che buonismo non è). Non ricordo di altri casi di omicidi in famiglia (italiani e non) trattati così con i guanti dalla stampa. E' forse solo una mia impressione?

    Rispondi

    • filippo

      18 Luglio @ 19.33

      anche mia impressione

      Rispondi

      • Filippo

        19 Luglio @ 07.58

        filippo.cabassa.1970@gmail.com

        Si è subito parlato di "depressione" mettendo le mani avanti. C'era forse una qualche diagnosi medica a tal proposito o si stava solo cercando una giustificazione?

        Rispondi

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