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Il telefonino in classe e il cervello a casa

scuola primo giorno di scuola

(foto d'archivio)

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La dipendenza da cellulare è conclamata e su questo non ci piove. Dagli assetati di nuove tecnologie allo zoccolo duro dei refrattari il fenomeno è innegabile e tutti concordano sulla necessità di trovare soluzioni per gestirlo con equilibrio. E arrivo al dunque. Con che coraggio potremo contrastare l'iperconnessione selvaggia, il multitasking che mette in stand by il cervello, la tribalizzazione linguistica da display, se decidiamo di sdoganare l'uso del telefonino anche in classe? Il ministro della pubblica istruzione Valeria Fedeli non ha dubbi: «È uno strumento che facilita l'apprendimento». Via libera alla chat tra una lezione su Dante e un'equazione, tanto saranno i prof a insegnare un uso responsabile di questo imprescindibile eldorado della conoscenza. Ma è chiara la mission formativa? La scuola, innanzitutto, educa al pensiero. È un luogo in cui la mente riconosce se stessa, prova, sbaglia, individua l'errore, lo corregge, riprova. La scuola è anche e soprattutto concentrazione. E vado avanti. È un momento importante di socializzazione e di scambio, l'ultimo baluardo dell'uso dei libri e della penna e soprattutto dell'idea di fatica e pazienza da trasmettere ai seguaci di wikipedia sempre più pigri. Non nascondiamoci dietro a un dito: lasciare il cellulare tra i banchi è una mossa ad alto rischio. E lo dimostrano le polemiche di questi giorni. Per molti siamo alla resa del sistema educativo, perché l'avanzata inarrestabile della formazione tecnologica delega la funzione del pensare a un oggetto. «Dementi digitali crescono, anche a scuola», sostiene da tempo il neuropsichiatra Manfred Spitzer. La scoperta più importante della neurobiologia moderna è che il cervello si modifica in maniera permanente attraverso l'uso e poiché impara sempre, anche l'uso del telefonino lascia le sue tracce. Diminuiscono memorizzazione e concentrazione, ma anche la capacità critica di orientarsi nella giungla delle informazioni a portata di clic. Ne è passato di tempo dalla direttiva del 2007, quando il ministro dell'istruzione Giuseppe Fioroni aveva vietato l'uso dei cellulari in classe. Pensate che arretratezza, allora venivano considerati elementi di distrazione ed erano previste anche sanzioni disciplinari. Oggi Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro vietando tablet e telefonini in classe, mentre alla facoltà di business e tecnologie dell'Università di Aarhus, in Danimarca, una ricerca ha documentato che senza strumenti portatili, gli allievi hanno sentito una maggiore coesione, prestando molta più attenzione ai corsi e lavorando meglio della media.
Un tempo a scuola erano di rigore i dettati e i riassunti. E la lavagna tradizionale era uno strumento versatile. Nell'aria c'era l'odore di inchiostro, quaderni e gomme da cancellare al profumo di chewingum. Oggi, fra apocalittici e integrati, servirebbe solo un po' di buon senso. Basta guardarsi intorno, salire su un autobus o accomodarsi nel salotto di casa per accorgersi che i telefonini sono ormai un'estensione del corpo e della mente, ancor più per i nativi digitali. E allora, almeno a scuola, leviamoli questi aggeggi infernali, proviamo davvero a farne un uso responsabile.
pginepri@gazzettadiparma.net

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  • Daniela

    18 Settembre @ 11.52

    Che dire: non c'è mai fine al peggio. Università hanno segnalato studenti che dopo minimo 13 anni di scuola ancora fanno errori grammaticali (io o anzichè ho ad esempio) negli scritti di esame, ora per invogliare la coesione tra studenti e l'attenzione alle lezioni diamo la possibilità di caz...giare col telefonino in classe...ma se le sognano di notte queste trovate? e soprattutto...a parte chi lo propone c'è anche chi approva è questo il grave!

    Rispondi

  • Berta

    18 Settembre @ 07.45

    @Biffo. Non è un'esagerazione, secondo la legislazione italiana ha ufficialmente solo la terza media. Il diploma di maturità si ottiene dopo 5 anni di scuola superiore e un esame di stato. I titoli intermedi, in quanto intermedi, non coprono un ciclo completo. Anche tornando al passato, i titoli erano: licenza media, diploma di scuola superiore e diploma di laurea. Quindi, se non ha terminato gli studi superiori ha solo la terza media. Non ha fatto le magistrali, la scuola per maestre d'asilo, all'epoca, non era certo più qualificante che un corso triennale del Giordani (esiste ancora?) per segretarie d'azienda in cui studiavi solo dattilografia e poc'altro di cultura generale. Senza offesa, ma nulla a che vedere, neanche lontanamente, con un diploma quinquennale da ragioniere al Melloni/ Bodoni. Ti piacerebbe che come ministro dell'Economia ci fosse una segretaria d'azienda o un'ausiliare ospedaliera (nemmeno infermiera) alla Sanità? La proporzione è la stessa.

    Rispondi

    • Giorgio

      21 Settembre @ 16.33

      ..... poi avrà la laurea "ad honorem!"

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  • Oberto

    17 Settembre @ 17.30

    Titolo perfetto ; in due righe sì fa una analisi esatta della situazione; lo condivido in pieno

    Rispondi

  • Francesca

    17 Settembre @ 12.49

    Complimenti alla giornalista Patrizia Ginepri per questo editoriale. Credo non ci sia altro da aggiungere... ha colto nel segno!

    Rispondi

  • Berta

    17 Settembre @ 11.35

    @Indiana. Una ministra della Repubblica con in tasca una licenza della terza media. E questa vorrebbe riformare la scuola e l'università senza nemmeno esserci passata da studentessa. Credo che in assoluto sia il livello più basso mai toccato finora. Eppure non si può dire (malgrado non sia un insulto ma la descrizione oggettiva della realtà) perché in Italia i giornali applicano ancora la censura.

    Rispondi

    • Biffo

      17 Settembre @ 17.10

      Berta, non esagerare, la Fedeli ha conseguito il diplomino triennale per l'insegnamento nella Scuola materna. Resta il fatto che ha una cultura scarsa, men che meno in fatto di problematiche dell'istruzione. L'approvazione del cellulare in classe è demenziale, è un contentino per alunni e genitori e toglie responsabilità ai presidi.

      Rispondi

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