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I catalani vittime di apprendisti stregoni

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Caixa Bank, Gas Natural Fenosa, Banco Mediolanum, Abertis, Cellnex, Colonial, Aguas de Barcelona, Oryxon, Dogi, Service Point, Ballenol, Mrw sono i nomi di alcune primarie aziende che, per i recenti avvenimenti, stanno abbandonando o intendono abbandonare la Catalogna. Una sola grande società, la Grifols, biofarmaceutica, quotata, ha deciso di rimanere.
L’economia - il principale condizionamento della Generalitat, del suo presidente Puigdemont, del suo Parlamento - ci dice che il Pil pro-capite Spagna è di euro 24.100; Catalogna 27.600 (Italia 2016 30.527).
Dopo il referendum di domenica 1° ottobre, la grande manifestazione unionista dell’8 ottobre, e dieci giorni di frenetici contatti con le autorità spagnole ed europee e con i potentati finanziari e industriali, martedì Puidgemont s’è presentato nel suo Parlamento definendo la strategia: l’indipendenza è dichiarata in relazione all’avvenuta manifestazione della volontà popolare (il referendum illegale).
Tuttavia, la dichiarazione di indipendenza è sospesa, in attesa che si apra un serio negoziato (l’«Hablamos» dei negoziatoristi), con il governo di Madrid.
Nel demenziale «cul de sac» in cui si sono cacciate le autorità catalane a cominciare dal presidente, questa è parsa una trovata «furba»: passare il cerino accesso - e ustionante - dalle proprie mani a quelle di Mariano Rajoy, presidente del consiglio spagnolo.
L’altro ieri, si pensava che la questione -così posta- avrebbe impegnato a lungo le autorità madrilene, alle prese - secondo i catalani - con la responsabilità di scegliere tra la trattativa (e la pace) e la rottura (e il conflitto).
In realtà, ieri a Rajoy sono bastate un paio d’ore per rispondere a Puidgemont: gli ha infatti chiesto di uscire dalle formule equivoche e di confermare o smentire esplicitamente di aver «dichiarato la secessione». Questa non è soltanto la restituzione del cerino di cui sopra. È la premessa per l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, in base al quale, previo voto del Senato, lo Stato può sciogliere la Generalitat, commissariandola in attesa che si creino le condizioni per restituire ai catalani la loro autonomia (prevista dalla Costituzione vigente).
E non poteva che essere così, vista l’indisponibilità della materia. Il territorio spagnolo è un valore costituzionale e non può essere modificato che con una riforma (costituzionale) approvata con i 3/5 o i 2/3 dei parlamentari con referendum opzionale (a richiesta del 10% dei deputati o dei senatori). La Spagna è una nazione composta da comunità locali. Oltre a quella catalana, l’andalusa, la castigliana, l’asturiana, la basca... Ed è ovvio che se lo Stato si incamminasse sulla strada della riforma costituzionale per l’indipendenza della Catalunya, ci sarebbe la dissoluzione del Paese.
E tralasciamo le conseguenze comunitarie, finanziarie (lo «spread» è già ripartito), economiche e sociali.
I catalani - la minoranza che ha abbracciato l’indipendentismo - hanno perso. Si sono fidati di sprovveduti apprendisti stregoni e, oggi, si ritrovano a zero. Non finirà così, né del tutto pacificamente. Ma - per fortuna - la guerra non è nemmeno iniziata e la prima battaglia ha già registrato la loro sconfitta.
www.cacopardo.it

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  • salamandra

    13 Ottobre @ 08.53

    Boh, anche con la brexit si paventavano sfracelli. Poi non ci sono stati.

    Rispondi

  • Valerio

    12 Ottobre @ 16.29

    raq.cantiere.hera@gmail.com

    Poveri indipendentisti, e' bastata una telefonata di Tusk per far capire chi comanda. Ora purtroppo a loro (sti poveretti) dopo aver preso le botte, non gli resta che piangere. Perche' il loro capo alla fine le botte non le ha prese...

    Rispondi

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