EDITORIALE

La figlia di Totò Riina e una rabbia che offende

Maria Concetta Riina

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Vi denuncio, dovete avere rispetto per il dolore della famiglia», ha urlato la figlia di Totò Riina mentre stava per entrare nell’Istituto di medicina legale di Parma. Avremmo preferito tacesse, anche noi giornalisti affamati di dichiarazioni, pronti a carpire ogni sussurro. Meglio il silenzio di quelle parole scomposte e offensive gridate ieri prima di dare l’ultimo saluto al padre. Offensive non per noi cronisti, ma per le vittime di suo papà, le centinaia di persone che ora non ci sono più e le migliaia che restano portandosi dentro un lutto senza pace. Ha ragione il presidente del Senato, Piero Grasso: «La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato».
Le dirò di più, signora Maria Concetta: faccio fatica a provare un sentimento di commossa e intensa partecipazione alla sua sofferenza. La pietà è nobile e giusta, è un imperativo etico che ci rende degni di essere persone civili e di vivere in uno stato di diritto. Ma quando penso ai 26 ergastoli di suo padre, a tutti quei cadaveri lasciati sull’asfalto, il mio senso di compassione verso una figlia che ha appena perso il padre vacilla. Mi viene in mente l’immagine struggente di Rosaria, la moglie di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta di Giovanni Falcone: lei che urla «io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare... ma loro non cambiano». Una maschera di dolore e rabbia, Rosaria, in quella cattedrale di Palermo gremita per i funerali del giudice, della moglie e degli uomini che avevano scelto da che parte stare.
La strage di Capaci, il 23 maggio 1992. E 57 giorni dopo il massacro di via D’Amelio. Per quasi due mesi Paolo Borsellino ha combattuto una battaglia solitaria e disperata, con quel puzzo di morte che avvertiva ad ogni passo. Poi, anche lui è stato annientato, come era già accaduto al generale Dalla Chiesa e alla moglie, da quel progetto di violenza totale. Ma l’elenco delle persone uccise e fatte uccidere è lunghissimo: poliziotti, carabinieri, magistrati, sindacalisti, giornalisti, medici, politici. E come non ricordare chi si è trovato per caso al centro dei piani stragisti di Totò Riina? Penso ai gemellini Asta e alla madre, fatti esplodere nel 1985 a Pizzolungo da una carica di tritolo destinata al giudice Carlo Palermo.
Suo padre, signora Maria Concetta, è stato tutto questo. È stato fino alla fine dei suoi giorni il capo di Cosa nostra, il boss che ha trasformato la mafia in un’organizzazione militare che ha fatto la guerra allo Stato. E lei? Anche lei è in parte una “vittima” di suo papà. È nata e cresciuta in quella famiglia, in cui «eravamo fantasmi», ha dichiarato in un’intervista. Ha vissuto anche lei quasi vent’anni di latitanza, non potendo andare a scuola, «ma è stata mamma ad insegnarci a leggere e scrivere», aveva spiegato.
Però, quel padre non l’ha mai rinnegato. Non ha mai preso le distanze. Certo, ci vuole coraggio. E ancora più dignità, educazione e rispetto. Prima di tutto per se stessi. C’è chi ha fatto questa scelta: un’anima rara e nobile. Ha mai sentito parlare di Peppino Impastato? Aveva un padre mafioso, ma ha scelto di stare dall’altra parte della barricata. Ha pagato con il suo sangue. Ma già quarant’anni fa aveva capito ciò che molti faticano ancora a comprendere: i mafiosi sono uomini mediocri, costretti a vivere per gran parte della vita murati vivi e muoiono soli.
gazzali@gazzettadiparma.net

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  • Lavapiatti

    20 Novembre @ 09.17

    Mi congratulo per l’editoriale perfettamente corrisponde alla realtà. Penso sia quello che pensa tantissima gente, ma purtroppo non tutta. Per me lei è assolutamente a conoscenza dei fatti di “quello là”, del perché fosse in carcere col 41 bis, del fatto che avesse 26 ergastoli da scontare e fosse il principale responsabile della mafia in Italia. Non provo pena per persone del genere. Penso non la proverò mai.

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  • simone

    20 Novembre @ 09.14

    Ultima cosa. Volevo dire che si è data fin troppa visibilità a queste persone. Troppa TV. Si dovrebbe parlare di esempi positivi. Sempre per parlare di un corleonese si dovrebbe raccontare di piu di Placido Rizzotto. Un grande uomo. Un sindacalista straordinario che ha lottato per tutta la vita per aiutare i contadini e difenderli dai soprusi dei mafiosi. Uno che ci ha rimesso la vita per un ideale di giustizia ed equità. Grazie a lui oggi in quei vigneti,sequestrati ai mafiosi, i ragazzi corleonesi di LIBERA producono un pregiato vino rosso che si chiama appunto "PlacidoRizzotto". Compratevene una bottiglia (lo vendono anche all'esselunga-ipercoop) e brindiamo alla salute di quei ragazzi che vogliono vivere in un paese giusto e libero.

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  • simone

    20 Novembre @ 09.03

    Giuseppe Impastato è stato un uomo straordinario. Pur avendo avuto un padre mafioso non si è fatto "infettare" da quel modo di vivere. Tolse il saluto al padre dicendogli che "la.mafia è una montagna di merda di cui lui faceva parte". Ha fatto delle inchieste e lo hanno ucciso per le denunce. Questi invece pare che abbiano difeso il padre fino alla fine. Per questo motivo lo stato doveva essere più rigido. Forse doveva essere sepolto in un luogo segreto e sotto falso nome... Non vorrei che ci fosse il pellegrinaggio di parenti e amici degli amici... Comunque il futuro non è loro. Ho visto un sacco di studenti di Corleone in TV che hanno parlato chiaramente dicendo che vogliono vivere come i loro coetanei di tutta Italia e che certi personaggi non li vogliono più vedere nemmeno in fotografia. A dire " non so niente, non mi chiedete niente" è rimasto qualche novantenne e questa cosa fa ben sperare x il futuro.

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  • Fabio

    19 Novembre @ 19.55

    E tutti i parenti delle vittime che ha ucciso lui cosa devono dire?

    Rispondi

  • Biffo

    19 Novembre @ 15.57

    Però, che fosse Riina o chi altro ancora, che cos'è significa, a decine, accalcarsi attorno a questi infami familiari, ficcandogli i microfoni in bocca? Perché dare visibilità a un omicida seriale ed alla sua famiglia di mafiosi? Non era meglio ignorare lui e chi gli stava intorno?

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