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EDITORIALE

La nostra Costituzione e la politica consociativa

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Le costituzioni sono i «vestiti» con i quali i giuristi coprono il corpaccione mutevole degli stati. Sono, quindi, caduche, perché legate a un preciso momento storico. La Francia ne ha avute una decina e il Regno Unito, «luogo» del pragmatismo, nemmeno una.
Nel 70° della Costituzione italiana, celebrato in questi giorni, assistiamo alla solita alluvione di retorica (specialità nella quale siamo ineguagliabili). La politica e i media fanno a gara nel ribadire che si tratta della Costituzione più bella del mondo, aggiungendo una falsità: che, cioè, è stata presa a modello da altri. L’unica costituzione ispirata alla nostra è stata quella della Somalia di Siad Barre, scritta dagli italiani, che amministravano il paese, su mandato dell’Onu.
Facciamo, quindi, un passo indietro. Il nostro patto sociale fu definito da un’Assemblea costituente, eletta con sistema rigorosamente proporzionale. In essa dominavano i partiti del Cln (Comitato di liberazione nazionale) coprotagonista della lotta alla Repubblica sociale e all’invasore nazista. Tra questi partiti, i più influenti erano la Democrazia cristiana (che, in un certo senso, rappresentava la Chiesa) e il Partito comunista, forte del ruolo di prima forza armata della Resistenza e di diretto interprete della Rivoluzione sovietica. Questa combinazione di forze produsse una Costituzione di compromesso (uno dei tanti tra destra, centro e sinistra della storia dell’Italia unita), nella quale accanto ad affermazioni (con l’inevitabile utopia, anche qui retorica a vagonate) roboanti si è disegnato il modello peculiare, italiano, di una democrazia consociativa, nella quale, di fatto, al Partito comunista era consegnato un potere di interdizione sulle decisioni dello Stato. Il patto si ruppe ripetutamente in politica internazionale, dove, in realtà, non c’era partita, visto che nella Conferenza di Yalta (febbraio 1945) l’Italia era stata assegnata all’influenza americana. E di ciò erano consapevolissimi di dirigenti del Pci, a partire dal leader Togliatti, protagonisti di una lotta di bandiera contro ogni alleanza occidentale.
L’intesa, invece, operò nella politica interna, avendo il Pci gli strumenti per essere destinatario importante della spartizione delle risorse di bilancio: attraverso i comuni amministrati (in modo eccellente, anche per i conferimenti del Tesoro), attraverso il movimento cooperativo (opere pubbliche) e, infine, mediante il sindacato della Cgil. Poi, vennero istituite le regioni (la cui necessità era teorizzata dal movimento cattolico, da Gioberti in poi) e anch’esse divennero il terreno della spartizione consociativa.
Nulla di scandaloso, intendiamoci. Anche perché i valori democratici vennero difesi e la Nazione manifestò una miracolosa capacità di sviluppo.
La questione era però un’altra: l’impossibilità di un’alternanza. Essa fu la principale causa del degrado corruttivo della prima Repubblica. La seconda, solo teoricamente maggioritaria, sostanzialmente perpetuò il vizio assurdo della prima. Ma il mondo è molto cambiato e una politica consociativa non è più immaginabile. Il futuro, anche per noi, prevede la competizione e l’alternanza. In un certo senso, la pulizia del sistema.
www.cacopardo.it

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  • Nicola Martini

    30 Dicembre @ 18.02

    Non credo ci si debba stupire della retorica, sopratutto in occasione di anniversari importanti come il 70° anno dall'entrata in vigore della Costituzione. Al di là del giudizio personale che ognuno (giurista o meno) è legittimato ad avere sulla nostra Carta Fondamentale, credo che difficilmente non si possa riconoscere il valore della Costituzione, la quale oggettivamente risultava particolarmente avanzata per i tempi in cui è stata concepita e che, nonostante i limiti, è riuscita a far sì che l'Italia si sia mantenuta una democrazia in tempi ben difficili. Fraintendere il carattere della compromissorietà della Costituzione, che è un valore sopratutto quando si esce da eventi estremamente laceranti quali sono i conflitti bellici, accostandolo al carattere consociativo del potere per come si è estrinsecato nel secondo dopoguerra temo sia un errore, sia sotto il profilo giuridico che storico. Il consociativismo, infatti, (per lo più) non è scaturito dalle caratteristiche della Costituzione, bensì da un sistema a democrazia bloccata (c.d. Bipolarismo imperfetto) dettato da circostanze storiche e geopolitiche che van ben oltre i confini dello Stivale. Tant'è che nel momento in cui si è cercato di superare questa condizione devastante per il Paese, guarda caso l'On. Berlinguer è stato coinvolto in un incidente stradale con un camion di ghiaia in Bulgaria (1973) dal quale è uscito miracolosamente illeso, mentre l'altro fautore del c.d. Compromesso storico, l'On. Moro, non ha avuto altrettanta fortuna finendo barbaramente accoppato nel portabagagli di una R4. Basta saper leggere gli atti per poter vedere come vi siano stati interessamenti nazionali ed internazionali affinché Moro non venisse liberato, ma in questo Paese si osa ancora oggi definire con ipocrisia omicidio politico quello che di fatto è un colpo di Stato. Pertini, nel proprio discorso di insediamento, infatti, ricordando la figura di Moro disse senza mezzi termini che se non fosse stato ammazzato dalle B.R. (bisognerebbe vedere poi quanto infiltrate in realtà) al Colle sarebbe stato eletto lo Statista democristiano. Detto ciò dovrebbe essere evidente il valore della Costituzione, la quale è riuscita a mantenerci in democrazia nonostante i tantissimi periodi bui e luttuosi che il nostro Paese ha attraversato. Con un altro tipo di Carta probabilmente ci saremmo trovati governati dai colonnelli. Per quanto riguarda l'attuale mancanza d'alternanza l'imputato da processare è il sistema elettorale.

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