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Max e Antonio, i due globetrotter delle cucine di lusso

Lavorano ovunque: da Hollywood a Londra, dalla Nigeria all'Iran. E naturalmente a Parma

Massimiliano Geti (a destra) e Antonio Giannino
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Da Parma in «missione» in tutto il mondo a montare cucine. E' la curiosa avventura professionale di Massimiliano Geti, 34 anni, e Antonio Giannino, 35. Una storia di artigianalità italiana e voglia di fare che insegna a non rassegnarsi alla crisi e a sfruttare le opportunità che posso nascere anche dalla recessione. Di Casale di Felino il primo, una casa in via Sette Fratelli Cervi il secondo, Max e Antonio erano, fino a fine 2009, colleghi di lavoro alle dipendenze di una piccola impresa artigiana della Bassa. Quando la crisi ha iniziato a mordere e lo stipendio ad arrivare a singhiozzo, hanno resistito sei mesi prima di capire che era arrivato il momento di mettersi in gioco. Con molte titubanze Antonio («Ero preoccupato, era un grande passo») e con più sicurezza Max («Sapevo che eravamo bravi, ero fiducioso») nel 2010 hanno investito 20 mila euro in attrezzi e macchinari e si sono messi sul mercato come «installatori di arredamento». Non in società, ma singoli artigiani che però lavorano sempre e solo in coppia. Come Stanlio e Ollio, che anche fisicamente ricordano: alto e allampanato Max, più basso e robusto Antonio.
Ma se Stanlio e Ollio giocavano a fare gli imbranati, Max e Antonio sono un concentrato di professionalità, rapidità e precisione. Due James Bond del mobile, in grado di affrontare gli imprevisti con destrezza (un cartongesso da creare al volo, un impianto elettrico da rivedere, un armadio dalle misure sbagliate da sistemare, una parete fuori squadra da «raddrizzare») e consegnare lavori impeccabili. «Il segreto è quello, con la crisi non ci si può più permettere di sbagliare: dopo il montaggio, non ci devono essere magagne. Altrimenti il cliente non conclude il pagamento e le aziende vanno a gambe all'aria», dice Max.
Il primo anno di lavoro è stato senza infamia e senza lode. «Avevamo conoscenze nell'ambiente e abbiamo iniziato a collaborare con alcuni negozi di arredamento», spiega Antonio. Il salto di qualità è arrivato con il Salone del mobile di Milano, nell'aprile 2011, dove i due sono stato chiamati dalla Scic per allestire una cucina Fendi (brand che l'azienda parmigiana distribuisce) tutta in cristallo. Un lavoro delicato affrontato con efficienza, e destando l'ammirazione dei tanti mobilieri presenti. Che hanno chiesto i biglietti da visita e cominciato ad offrire lavori. Complici, dicono i due, le tariffe «ragionevoli: costiamo 300 euro al giorno a testa, più Iva».
«All'inizio è stata dura: eravamo bravi a montare mobili, meno a coordinare gli impegni. Siamo dovuti diventare imprenditori di noi stessi e ci siamo divisi i compiti: Antonio organizza i lavori in Italia, io quelli all'estero», dice Max.
Perchè con il salto di qualità sono arrivate anche molte commesse internazionali: Stati Uniti anzitutto (principalmente Miami, Los Angeles e New York), tanta Svizzera e Lussemburgo, molto spesso Londra e Parigi, ma anche Iran, Kazakistan, Nigeria. E quasi sempre cucine, «i mobili più difficili da montare, ma che danno più soddisfazione. Il cuore di ogni casa», dice Max.
E di cucine Max e Antonio ne montano davvero tante: in media 300 all'anno, di ogni prezzo e foggia. Da quelle «standard» sui 10 mila euro, finite in tante case parmigiane, fino alla cucina da 120 metri quadrati e 650 mila euro (no, non è un errore di stampa) montata in una mega-villa di Hollywood a pochi passi dalla casa di Madonna. «E' stato nel luglio scorso, una cucina di Fendi con ante laccate e altre rivestite in pelle di coccodrillo, e un piano di lavoro in marmo cappuccino - spiega Max - Ci abbiamo messo nove giorni a finire il lavoro, escluso il montaggio degli elettrodomestici, affidato ad altri artigiani: tre frigo, due lavastoviglie, due lavelli, quattro forni, due piani cottura. Del resto, la casa era di quattromila metri quadrati, con quattro piscine, due grandi idromassaggi, 27 bagni, pista interna da bowling, sala cinema. E tutto l'arredo era made in Italy», aggiunge Antonio. Una «italomania» che gli agenti incaricati di vendere l'immobile (poco meno di 100 milioni di euro) hanno cercato di sfruttare «esibendo» come valore aggiunto la presenza degli operai italiani: «Si assicuravano che fossimo al lavoro quando arrivavano i potenziali compratori, che ci tempestavano di domande sul mobilio».
Un fascino per il made in Italy che i due artigiani hanno sperimentato ovunque: dalla casa di Teheran dove hanno montato una cucina con ante - così richieste dal cliente - ricoperte di lamina d'oro, agli appartamenti-pilota in un nuovissimo complesso ad Almaty (Kazakistan), dove hanno montato cucine in vetro e laccato («otto giorni di lavoro: avevamo a disposizione albergo a cinque stelle, auto con autista e traduttrice»), alla villa di Abuja di un deputato nigeriano figlio di un petroliere, dove hanno montato una cucina in rovere massiccio da centomila euro («tragitto con auto blindata dall'hotel al lavoro, e tanti avvertimenti: “non uscite mai da soli”»). «E' incredibile l'ammirazione che all'estero hanno per il nostro lavoro e il nostro gusto. Un patrimonio che non valorizziamo abbastanza», dice Max.
Ma i due «assi della cucina», che cucine hanno nelle loro case? «Io sono in affitto e la cucina, modesta ma non brutta, l'ha scelta il padrone di casa, anche se naturalmente l'ho montata io», dice Antonio. Max la sua prima casa se la sta ristrutturando, e spiega che la sua cucina sarà «semplice, tutta in acciaio, stile industriale». «Una cucina di lusso e di rappresentanza non sempre è il massimo dell'efficienza - aggiunge Max, quasi a consolare chi non potrà mai permettersela - Il mercato delle cucine componibili oggi offre tante soluzioni: sta anche al cliente e alla sua fantasia trovare quella più adatta. Non è detto che si debba spendere tanto per avere una bella cucina. Il mio consiglio? Non lesinare troppo sugli elettrodomestici, e prestare attenzione alle cerniere e ai sistemi di chiusura di ante e cassetti», dice Max.

 

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