Gene Gnocchi

“Baracconi e villino, com'era bello il mio San Dunén”

Gene Gnocchi

Gene Gnocchi

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Essere fidentini è come una bellissima maledizione che non puoi e non vuoi scrollarti di dosso. Certo, qualche volta puoi lasciare il Duomo, salutare la piazza, dire addio agli amici, recarti nelle città vicine per lavorare ma Fidenza non puoi non portartela nel cuore. Più dei vicoli, più dei bar, forse anche più delle rotonde, quello che non lascerà mai la mente di un vero borghigiano è il ricordo di come ha festeggiato e di come si onora il giorno del santo patrono.
IL DOLCE
Non è che in verità ce ne fosse un gran bisogno ma per dimostrare questa tesi, abbiamo intervistato attorno al tema uno tra i fidentini più famosi: Eugenio Ghiozzi, in arte Gene Gnocchi. Capita che nella nostra provincia i ricordi migliori passano dalle papille gustative, con «le gambe sotto al tavolo» (come recita un noto modo di dire), e anche Gene non fa nessuna eccezione. «Quello che mi viene in mente se mi parli di San Donnino è il gusto del “Villino”, un dolce particolarissimo – spiega – fatto con panna, cioccolato e ciliegie sotto spirito. Era una cosa incredibile. Mia nonna compiva gli anni in quel periodo insieme ad un’altra signora sua coetanea che abitava poco lontano da lei e ogni anno preparava quel dolce per entrambe. Una tradizione che è continuata finché non è venuta a mancare».
I CAPPELLETTI
Un ricordo personalissimo certo, ma che si accosta alla perfezione con la tradizione irrinunciabile dei: «cappelletti! – interrompe il comico - Quelli c’erano sempre al pranzo di San Donnino. In tutta onestà devo ammettere che io non me ne sono mai occupato, avevo il “culo parato” da mia mamma e mia nonna. Giocavo a calcio ma quando tornavo, anche se ero stanco morto, sulla tavola dovevano esserci». Un po’ prima, quando era più piccolo, Gene passava il 9 ottobre con i suoi fratelli: «Alla mattina leggevamo sempre il “Numero Unico” perché mio padre faceva il sindacalista e anche mio zio era conosciuto in città. La gara era scovare per primi, tra le varie caricature, i nostri familiari. Poi al pomeriggio altro immancabile passatempo: tutti insieme sui “baracconi” (le giostre, ndr). La mia preferita era quella con il codino perché se lo prendevi, potevi rifarla da capo. Alla sera, distrutti dalla giornata, mangiavamo gli avanzi del pranzo e poi tutti a letto». Il comico-scrittore confessa di non essere però riuscito a trasmettere fino in fondo la passione per San Donnino anche ai suoi figli: «Io non ho fatto niente sotto questo punto di vista, ho passato gli ultimi 30 anni a lavorare ma vedo che ci tengono molto lo stesso. Infatti ci hanno pensato i nonni, loro non potevano non tramandare la tradizione». Gene non fa i salti mortali per tornare a casa a festeggiare, i tanti impegni lo tengono irrimediabilmente lontano da Fidenza ma (a costo di ripetersi sulla tradizione più importante dei borghigiani) «a San Donnino mi porto sempre dietro un sacchetto di anolini preparati da mia madre. Ovunque io sia questo è il mio modo di onorare il Santo: strafogarmi a più non posso».
LA MALINCONIA
Rimuginando ad ogni domanda, il fidentino estrae tanti bei ricordi eppure sembra non riconoscere più la sua città che rievoca con una punta di malinconia: «E’ tanto che non vivo più a Fidenza ma spesso torno per venire a trovare i miei figli e miei fratelli e ogni volta mi viene il “magone”. Ad esempio sono venuto la scorsa settimana e mi è sembrata una città spenta, non c’era nessuno a passeggio in centro di pomeriggio. Una volta non esistevano solo i festeggiamenti del Santo ma si cercava di prolungare questo senso di “fidentinità” che veniva coltivata durante tutto l’anno con spettacoli e tanti appuntamenti. Mi vengono in mente bellissime serate al Magnani o alla Festa dell’Unità, come il “Contro Festival” che avevamo organizzato dal nulla con un gruppo di amici per tre o quattro anni. Fa male pensarci ma di certo è un fenomeno in cui si assiste in un po’ tutte le città d’Italia». Le cause individuate da Gene sono quelle di una modernità dilaniante: «Il bello di Fidenza era quello di essere un piccolo villaggio dove tutti conoscevano tutti. Direi che più di ogni altra cosa sono andati perduti i personaggi, quelli che aggregavano e che erano immediatamente riconoscibili: c’era l’ingegnere in piazza che controllava le auto, il posteggiatore e poi Tato Catellani, dai… quello che aveva l’edicola in centro e con cui stavi ore a parlare di calcio. Poi Agottani che gestiva l’osteria all’inizio di via Zani e che era sinonimo del vino e del bere. Erano dei punti di riferimento nei quartieri e adesso che non ci sono più è come se ognuno vivesse per conto suo».
I PERSONAGGI
Si ricorda anche di qualche storico negoziante: «I fratelli Cinella vivevano e commerciavano sotto casa mia, non li dimenticherò mai. Compravano abbigliamento in stock e avevano delle giacche di velluto damascate che sembravano dei bassorilievi tanto erano spesse. Riuscire a venderle era molto difficile. Il giorno in cui però riuscirono a vendere un cappotto di montone chiusero per una settimana. E poi ci fu quella volta che entrò un cliente che non era di queste parti: fu una festa nazionale perché non ci metteva piede mai nessuno». Tornando a parlare del presente, quest’anno dove passerai San Donnino? «Per pranzo sono a Parma da mio fratello Federico, purtroppo non riuscirò a fare una capatina a Fidenza. Alla sera infatti mi recherò a Faenza per presentare il mio ultimo libro». Di cosa tratta? «Si chiama “Cosa fare a Faenza quando sei morto”».
I CONSIGLI
«Parla di un povero comico che non ce la fa più a vivere perché un giornalista della Gazzetta continua a tartassarlo di domande su San Donnino», dice scherzando e cercando di tagliare corto. Almeno dai un ultimo consiglio ai fidentini: cos’è che un borghigiano non può evitare di fare per il patrono? «Secondo me ci sono almeno cinque cose che è necessario espletare, non necessariamente in ordine: rimpiangere l’asino che vola, leggere il “Numero Unico”, abbuffarsi di cappelletti e andare a fare un giro alle giostre». E la quinta? «Vedere la gente che abita vicino ai baracconi che si lamenta. Certe cose non cambiano mai».

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  • Franco

    12 Ottobre @ 11.08

    Sono nato e cresciuto a Fidenza e, come era uso a quei tempi si aspettava la fiera di San Donnino, mi ricordo tante cose ma non ricordo il villino. Ho fatto una ricerca anche tra i mie compaesani, ma di villino nessuno sa niente. Me lo potrebbe spiegare il sig. Gena Gnocchi? Grazie Franco Cattabianchi

    Rispondi

  • antonio

    11 Ottobre @ 14.49

    ormai è anche ora della pensione

    Rispondi

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