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C'era una volta il vetro

C'era una volta il vetro
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Nella primavera del 2004 esce il comunicato di chiusura della vetreria Bormioli Rocco & Figlio di Parma : l’«ultima goccia» era appena caduta nello stampo dal quale erano usciti, in oltre cento anni, migliaia di bicchieri, bottiglie, vasi che diffondevano il logo BRF in tutto il mondo. Questa storica vicenda è divenuta un libro «L’ultima goccia» già recensito su questa pagina e fatto in prevalenza di immagini fotografiche di Marco Fallini, ex dipendente dell’azienda, membro del Gruppo Medaglie d’Oro Bormioli ed appassionato fotografo fin dalla gioventù, divenute percorso espositivo nella Sala Polifunzionale Musei Fondazione Monteparma, (Palazzo Sanvitale, fino al 6 gennaio, da martedì a domenica dalle 10,30 alle 13, ingresso libero). Scelte una quarantina di fotografie delle settanta raccolte nel volume, Mup Editore, scattate nella primavera del 2009, dopo la bonifica dell’area e prima della demolizione. Testimoniano uno spazio industriale d’importanza storica per la città, destinato ad un futuro, ma anche una riflessione sul luogo attraverso l’occhio di un fotografo che lo ha conosciuto e per il quale ogni muro, ogni traccia, non ha segreti. Il luogo che si presenta nelle immagini e che oggi è principalmente memoria, è luogo di grande fascino e suggestioni; ha acquistato le valenze di un’archeologia industriale, fatta di tempo e di spazio; memoria di un’imprenditoria e di un’architettura, di vite vissute al lavoro, fra i forni, gli uffici, i depositi. Le foto di Marco Fallini, rigorosamente stampate in bianco e nero, per scelta personale e creativa fanno emergere quel mondo reale, «terra di conquista» per chi come il fotografo ha saputo scavare negli scorci ancora visibili, fra i muri, fra gli oggetti di un luogo che sta per trasformarsi in «altro». L’ex dipendente della vetreria con la passione per la fotografia ed un lungo curriculum alle spalle, ha, infatti, puntato l’obiettivo della sua Hasselblad SWC e Leica RE per ritrarre con sentimento i reparti produttivi, i laboratori e gli uffici che solo cinque anni prima ospitavano ogni giorno migliaia di dipendenti, testimoniando insieme i cambiamenti imposti dal tempo a un’impresa che ha scritto una pagina importante della storia della città rendendola uno dei poli tecnologici del vetro più avanzati del mondo. Un viaggio tra le rovine di una «città nella città» ha definito Marzio Dall’Acqua, presidente del Mup Editore, l’opera di Fallini. Un modo per comprendere l’imponenza spaziale e temporale in cui le immagini si «muovono». Pur affrontando ogni scatto con lo spirito dell’archeologo che dà testimonianza di un passato il fotografo dimostra poi come, dentro all’immagine che è contenitore visivo vada sempre ricercato il vissuto. Si forma così un connubio fra memoria collettiva e memoria personale, fra realtà e poesia dell’intimo, che permette di uscire dal semplice reportage fotografico, dalla pura capacità di rendere temporale il racconto per entrare in un mondo più complesso perché oggetto e soggetto insieme che rende alla fotografia un’impronta «unica». C’è dentro, la passione di una vita, la passione per il mezzo tecnico che Fallini ha sviluppato nel tempo concentrando il proprio interesse sulla composizione dell’immagine e sulle procedure di stampa in bianco e nero in camera oscura così come proposte da Ansel Adams, Paul Caponigro, Stanislao Farri e Luigi Ghirri. C’è dentro la passione per un luogo in cui ha trascorso il tempo lavorativo di una vita, luogo d’aggregazione e di impegno, fisico e personale. «È bene ricordare che egli ha vissuto in questa fabbrica, ne ha attraversato le consuetudini e i sussulti, le regolarità normalizzate e i cataclismi, fino all’ultima goccia, e oltre… lo vediamo distillare un archivio e un lavoro sul tema enormi, fatti di ritorni, rincorsa infinita dietro al cambiamento che rivela infinite possibilità d’immagine, fino forse a spingere a tornare a vivere dentro questi spazi vuoti» scrive Paolo Barbaro nella sua presentazione alla mostra. E’ in un contesto così ampio, sia storico che narrativo, che le immagini di Marco Fallini vanno «lette», vanno guardate. Perché le ciminiere alte 60 metri dei forni n°6 e n°7, i due impianti fusori di maggior potenzialità produttiva dell’azienda, non solo solo archeologia industriale; sono «torri» che svettano verso il cielo a testimoniare produzione, forza, storia ma anche amore e passione.Perché la porta d’ingresso agli uffici della Presidenza e della Direzione Generale, sulla maniglia in legno porta il logo BRF realizzato da Archimede Orlandini , falegname di stabilimento e liutaio e, forse, solo Marco Fallini poteva scegliere di fissarne la memoria con la sua macchina fotografica e la sua conoscenza. Per aver visto, vissuto e colto con amore.

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