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Durata 95

 

Fotografia

"Ticket to Rom": le foto di Grossi raccontano i nomadi dell'Albania

"Ticket to Rom": le foto di Grossi raccontano i nomadi dell'Albania
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di Andrea Violi

È una distesa di rifiuti in un grande campo, sul quale si notano baracche costruite con assi e teloni. Qualche magra mucca pascola in questa zona. Le persone invece ci vivono, a volte per qualche giorno, a volte per qualche mese. Si presenta così il campo rom dietro alla stazione di Tirana. Non si sa quanti abitanti abbia: non esiste un censimento dei rom, men che meno in un campo (quasi un accampamento) nel quale chiunque può insediarsi o andarsene indisturbato.
In questo contesto il fotografo parmigiano Davide Grossi - presidente del circolo «Il Grandangolo» - si è calato per una settimana, a fine agosto, assieme ad altri 16 professionisti. Insieme hanno fatto un articolato reportage-documentario su tutti gli aspetti della vita dei rom in Albania: dagli impegni quotidiani all'ambiente circostante.
Il progetto Rom in Albania è nato con la volontà di raccontare una realtà difficile e sconosciuta ai più, sviscerando con le foto tutti gli aspetti del soggetto. I fotografi hanno lavorato in due campi nomadi nei dintorni della capitale albanese. Molto più di un reportage classico, nelle intenzioni. Il frutto sono centinaia di scatti dalla selezione dei quali sarà ricavata, nei prossimi mesi, una mostra al Museo nazionale di Tirana.
«È un'esperienza che mi ha arricchito molto, prima di tutto sul piano personale - spiega Davide Grossi -. Per raccontare bene un ambiente sociale o un luogo bisogna addentrarsi pienamente, stare in mezzo alle persone e vivere per un po' con loro e come loro».

«UN PAESE DI CONTRASTI. E BUNKER DAPPERTUTTO». Grossi ha partecipato con entusiasmo all'iniziativa (svolta in collegamento con le Nazioni Unite). Ed è rimasto molto colpito dalla realtà che ha trovato, una volta sceso dal volo Parma-Tirana. «Ci sono edifici nuovissimi e zone di forte arretratezza, a Tirana - spiega Grossi -. Ogni condominio ha il gruppo elettrogeno, perché la corrente non sempre è garantita, e la cisterna per raccogliere l'acqua. Si ha la sensazione che ognuno faccia un po' quello che vuole. Può accadere ad esempio che, in un condominio, l'inquilino del piano terra inglobi l'atrio del palazzo nel suo appartamento oppure che chi vive all'ultimo piano costruisca un appartamento sopra il suo. C'è chi coltiva ortaggi a casa, per poi scendere in strada a venderli. In ogni caso, girando per la città ci si sente sicuri». Davide Grossi racconta di un'altra “caratteristica” di Tirana: «Ci sono bunker dappertutto, in città come nelle campagne, come se fossero stati disseminati “a grappolo” - spiega -. Secondo il dittatore Enver Hoxha, l'Albania rischiava di essere attaccata da vari Paesi, quindi erano necessari rifugi per tutti».

UNA SETTIMANA FRA GLI EMARGINATI. Il gruppo di fotografi italiani ha operato in un campo nomadi alle spalle della stazione centrale di Tirana e in un altro a una decina di chilometri dalla città (dove vivono due famiglie di rom stanziali). Li hanno chiamati «Campo 1» e «Campo 2»: non ci sono nomi ufficiali, né si sa con precisione quanti siano gli abitanti. Grossi e i colleghi sono stati guidati da un “mediatore culturale”, un nomade aperto al dialogo con i “gagè”, cioè con chi non è rom. «C'è “razzismo” o comunque distanza nei confronti dei gagè - spiega il professionista parmigiano -.- I rom che abbiamo fotografato vivono al di sotto del limite della sopravvivenza. Sono emarginati, stanno tra i rifiuti, con i bambini talvolta malati di scabbia o morsi dai topi. Nonostante questo però non hanno mostrato alcun interesse ad essere aiutati, se non con il denaro». Non è stato facile farli aprire, far accettare loro la presenza di estranei per qualche giorno. E qui è stato fondamentale il ruolo del mediatore culturale, che li ha convinti dell'utilità di questo workshop per denunciare i problemi dei rom fuori dai confini del loro Paese.
E così i fotografi hanno potuto lavorare senza dover pagare per stare lì, scoprendo una realtà a tratti sconvolgente. «Abbiamo fotografato un bambino di due anni in braccio a un uomo - spiega Grossi -. Abbiamo scoperto che gli era stata iniettata eroina, per far sembrare che fosse svenuto o malato, mentre l'uomo chiedeva l'elemosina, pur in un Paese di per sé povero. Poco dopo quello scatto il bambino è stato tolto a quell'uomo grazie all'intervento di un'Organizzazione non governativa. L'uomo nemmeno era suo parente: abbiamo scoperto che i bambini possono essere presi in “affitto” per andare a chiedere l'elemosina. I bambini sono il vero punto di contatto fra le nostre culture: ti invitano a giocare o ad andare in casa loro».

«TICKET TO ROM». E in quelle case Grossi c'è andato, eccome, immortalando l'ambiente e tratti di vita quotidiana dei rom soprattutto del Campo 1. Il fotografo parmigiano ha chiamato il suo progetto «Ticket to Rom», giocando sul gioco di parole Rom/Roma. All'interno ci sono quattro filoni. Il primo è «Il muro»: Grossi ha fatto una rilevazione del Campo 1, mostrando le abitazioni ricavate, tra i rifiuti, con assi di legno magari bucherellate, ondulati di alluminio e teli di nylon. Il secondo filone è «Camera con svista»: una serie di dittici (cioè di foto doppie) nei quali si mostra il forte contrasto fra l'esterno delle baracche e il letto. Quest'ultimo è sempre curatissimo e pulito, con coperte colorate. Dà una sensazione di un angolo intimo e accogliente, a prescindere dal contesto. È raro, ma capita che qualcuno vi metta vicino una foto dei suoi cari. È raro perché i rom del Campo 1 hanno mostrato di essere poco attaccati agli oggetti, che tra l'altro possono essere persi da uno spostamento all'altro.
Il terzo filone sviscerato da Grossi è «Antropizzazione»: è il più impegnativo e vuole mostrare il rapporto dell'Uomo con l'Ambiente culturale. Alcune fotografie infine sono state riservate per un reportage classico, che nascerà da una costola di questa esperienza.
Alquanto diverso è il Campo 2. Si tratta di due famiglie che hanno deciso di stabilirsi in un terreno isolato, a una decina di chilometri da Tirana. Queste persone sono più organizzate e si sono inventate un lavoro: c'è chi raccoglie lattine e altri rifiuti, chi recupera il materiale, mentre altri impacchettano il tutto e lo consegnano a chi cercherà di vendere il metallo.

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