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La diva-bambina diventata ambasciatrice

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 Accra (Ghana)

Che cosa mai si presenta a un'ambasciatrice se si è invitati a casa sua? L'abc dell'educazione credo  risponda: almeno un mazzo di fiori. L'ambasciatrice in questione era poi particolare: a suo tempo era stata l'attrice-bambina più famosa, più adorata, più pagata del mondo. E mai superata. Shirley Temple. Nei giorni dell'invito, ambasciatrice degli Stati Uniti in una importante repubblica dell'Africa, il Ghana.
Fiori e formiche  
C'era un problema. Ad Accra non ero riuscito a scovare un negozio di fiori. Fin che il mio taxista si decise a chiedermi che cosa mai stessi cercando. Informato, spense il motore, cavò da sotto il sedile un coltellaccio, una specie di machete, andò a scavalcare il muretto di una villa, tagliò cinque o sei gambi di ortensie, le incartò nel foglio di un giornale e mi diede il tutto con l'aria di dirmi: ci voleva  tanto? Quando poi allungai quella roba, cioè quel mazzo, nelle mani della signora Temple, intravidi con qualche costernazione che sui gambi dei fiori e sul foglio di giornale correva una bella folla di formiche. Ma Shirley Temple si dimostrò all'altezza del suo ruolo di diplomatica e del suo vecchio mestiere di attrice. Non mi cacciò. Prese le ortensie. Disse ma che belle. E quando le formiche minacciavano di traslocarsi in un suo braccio, li affidò a un domestico in guanti bianchi. L'intervista si snodò nei molti salotti della villa. Ad ogni tappa, la signora scompariva per due o tre minuti e ricompariva con un vestito diverso. Non so se per colpa di qualche superstite formica o per mostrare una insospettata abilità di indossatrice.
Cinquantanove riccioli
Più che una intervista fu un rapido susseguirsi di memorie. Nell'esordio su uno schermo era stata una bimbetta con addosso soltanto un pannolino. A tre anni il primo film. A cinque, un successo mondiale: in tutta l'America, ma anche in Europa, c'erano mamme che s'ingegnavano a vestire e a pettinare (cinquantanove riccioli d'oro) le loro creature per farle apparire il più  possibile simili alla piccola stella. “E pensare che di natura avevo capelli neri e diritti come aste”. A nove anni, un Oscar. Mai un incidente? “Uno sì, politico. Ballavo il tip tap tenendo una mano nella mano di un attore nero. In tutti gli stati del sud, ancora razzisti, il film fu censurato”.  Altri attori con lei sul set? “Cary Grant, John Wayne, Henri Fonda, Gary Cooper, Robert Taylor, Ronald Reagan”. Il Reagan diventato poi presidente?. “Sì, ma sono stata anche seduta sulle ginocchia di Roosevelt. Ero già una  ragazzina quando incontrai Truman. Molta gente corse verso di noi chiedendo un autografo. Il presidente cavò di tasca una penna, ma quelli gridavano: no, un autografo di Shirley”.    Sulle pareti intravidi un quadro che sembrava imitare le invenzioni di Andy Warhol. No, era di un pittore africano. Ma così seppi che la prima “serie di volti” Warhol la fece, ancora ragazzo, incollando una accanto all'altra le foto di Shirley Temple. E i guadagni? Al tempo dei film erano definiti tanto enormi da essere “disumani”. L'ambasciatrice mi smentì. “Rovinosi”. Poi spiegò: “Lo 'studio' per il quale lavoravo non mi pagò film dopo film, come sarebbe stato logico. Ma, con l'alibi della mia età troppo giovane, mi liquidò con un unico enorme versamento alla chiusura del contratto. Il che significò tirarmi addosso una bomba atomica fiscale: novantasette centesimi di tasse su ogni dollaro intascato. Mio padre si prese un'ulcera”.
Accuse di civetteria
Nell'andare da un salotto all'altro arrivammo a un abbozzo di biblioteca. Approfittando della rapida assenza dell'ambasciatrice per il cambio d'abito, frugai con gli occhi tra i titoli. Politica, economia, storia dell'Africa, narrativa. Al suo rientro mi venne da dire: “Ah, piace anche lei Graham Green”. “Julien Green mi piace, non certo Graham”.  Soltanto dopo capii, per caso, quella sua aria indispettita sul nome di Graham Green. La madre di Shirley Temple aveva portato in tribunale lo scrittore inglese, per diffamazione. L'autore de “Il nostro agente a l'Avana” aveva scritto su una rivista che la piccola attrice aveva “una civetteria matura” e “un corpo voluttuoso”. Di più, le sue mossette erano studiate per dare “un sussulto di eccitazioni al suo pubblico anziano”.  Nelle parole dell'ambasciatrice, dopo un accenno ai suoi due matrimoni e ai due figli, erano andate doverosamente ad omaggiare il Ghana. “L'Africa mi ha insegnato molto. A mettere nella spazzatura certi pregiudizi, per esempio. A irrobustire l'ottimismo”. “L'Africa ha una grande storia. E il suo regno degli Ashanti dovrebbe essere conosciuto in tutto il mondo”. “Bravi pittori, bravi scrittori. Bravi a inventare mille lavori”. E così mi invitò ad andare con lei l'indomani nell'Università di Accra. “Poi può proseguire per Kumasi, la vecchia capitale, vedere il suo museo. Farà di sicuro incontri interessanti”. Aveva avuto ragione. Anche se suppongo non pensasse affatto che l'incontro più interessante a Kumasi sarebbe stato con un “mediatore di funerali”. Succede tra le famiglie con discreto portafoglio. Una settimana o due dopo il decesso di un parente, si desidera onorare il defunto con un, diciamo, trattenimento. Completo di orchestrina e ballerine. E' gradita la presenza di persone di  un “certo tono” anche se non hanno nulla a che fare con il caro scomparso. L'organizzazione del tutto viene affidata, appunto, al “mediatore di funerali”.
Funerali danzanti
Questo mediatore decise che il “certo tono”, sorprendentemente, l'avevo anch'io, in quanto straniero e giornalista. Andammo, a qualche decina di chilometri dalla città, a un recinto rotondo di canne. Accostate alle pareti alcune file di sedie. Nella sedia centrale era poggiata una fotografia che ritraeva, com'è giusto, il defunto: una signora carica di ori. Nelle sedie accanto, i parenti. Quindi gli invitati. Molti dignitari tribali. In tuniche tradizionali, con una spalla scoperta: tali e quali i senatori dell'antica Roma. La mia sedia era in prima fila. Dietro, anche uomini vestiti all'europea e donne in gonne tradizionali con incluso pupo sulla schiena L'orchestra aveva già attaccato un motivo locale imparentato, si sarebbe detto, con il samba. Fecero la loro comparsa, salutata da un affettuoso applauso, le danzatrici. Nude, tranne un gonnellino di rafia. Formarono un cerchio e si misero a ballare scuotendosi tutte. Il cerchio si riuniva al centro e si andava poi allargando, a ritmi alterni, fino a sfiorare con i deretani chi stava sulle sedie in prima fila. Vidi che era buona usanza infilare  nel gonnellino una moneta di approvazione. Mi adeguai.  Il “mediatore”, vedendo la mia soddisfazione, volle dare un tocco di perfezionamento alla mattinata, guidandomi al cimitero. Molte tombe erano sovrastaste da monumentini. Esprimevano quel che le persone sotterrate avevano desiderato in vita. C'era un cavallo di legno montato da un dignitoso cavaliere. Un tronetto con sopra una corona regale. Una automobilina tutta dipinta di rosso. “E se la signora ambasciatrice, a suo tempo, ...”. Lo interruppi invitandolo a fare le corna o qualsiasi altra cosa equivalente. Proseguì imperterrito: “ Si potrebbe mettere un televisore. Un clic. Ed ecco un pezzetto di film della piccola Shirley”. Un'ideuzza germogliata in altri angoli cimiteriali del mondo toccati dall'adorazione della tenica. Dalle Afriche alle Americhe, senza escludere il robotizzante Giappone   né la ciarliera Europa. Con molti dettagli diversi, s'intende.  L'idea, in rozza sintesi, è questa. Abbandonare le scritte anagrafiche e i pensierini estremi incisi sulle lapidi, religiosi di solito o raramente sull'humor (“Che ci faccio qui?”, la citazione di Chatwin che si legge sulla tomba di Ubaldo Bertoli; o lo sberleffo progettato per sé stesso da Moni Ovadia: “Ve lo dicevo che non mi sentivo bene”). Abbandonarle,  dunque, e sostituirle con un cd (o con le altre tecnicherie che ci porterà il tempo) dove il defunto (ovviamente da vivo) si presenta e racconta su quali faccende si è snodata la  sua vita.           
(A proposito di tecnicherie. Sono andato a vedere in Internet le ultime notizie su Shirley Temple. E' dignitosamente viva. Ha 83 anni).
 
 
 

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