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Ecco il MAXXI, l'altra Roma

Ecco il MAXXI, l'altra Roma
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di Luigi Alfieri

Roma è la città dell’antico. Dal Colosseo all’Ara Pacis, a Castel Sant'Angelo a Santa Maria Sopra Minerva, a San Pietro, alle Fontane del Bernini, ai Musei Vaticani a Villa Giulia tutto profuma di storia. Viaggiare per le sue vie è come viaggiare nel tempo, si passa con naturalezza dall’epoca di Augusto al Medioevo, dal Gotico al rinascimento, dal Barocco al neoclassico senza dimenticare il rococò. Ogni momento culturale ha lasciato un marchio indelebile. Roma è talmente fiera, talmente forte della sua bellezza che non ha paura neppure di cimentarsi col l'attualità più audace, benché il rischio sia grande. L’architettura e l’arte contemporanea spesso suscitano esaltazione, ma a volte anche rabbia e ripulsa perché è più facile leggere una realtà già vista mille volte che una vista per la prima volta. Anche lungo il Tevere è successo così: il più importante fregio contemporaneo della città, il «Museo nazionale delle arti del XXI secolo», che gli intellettuali «più avanti» chiamano con affetto MAXXI, inaugurato solo un anno fa, ha spaccato in due i romani, la comunità culturale internazionale e i mass media; come sempre accade con le opere disegnate dall’architetto superstar Zaha Hadid, una signora di origini persiane dall’aspetto mite, ma dalle idee potenti, per alcuni urticanti. Quando si scende dal tram numero due, che porta a un tiro di schioppo da via Guido Reni, nel cuore del quartiere Flaminio, il museo è subito lì. Immenso, coi suoi 27 mila metri quadrati di superficie, subito stupisce per la capacità di dissimulare la propria mole e di integrarsi con lo spicchio di città che lo circonda. Grazie a un sapiente gioco di vetri e di luci, le case, le chiese, il cielo entrano con leggerezza nel MAXXI, ne diventano una parte integrante. Ogni, porta, ogni finestra, ogni parete riflette uno spicchio di quartiere. Quando si entra nel museo, invece, è l’architettura di Zaha che scende in via Guido Reni. Grazie agli improvvisi squarci nelle pareti di cemento armato, ai continui inganni dell’occhio, la diabolica disegnatrice trasforma i corridoi in ponti che portano alla città, l’effetto è quello di trovarsi in una dimensione metafisica, sospesi tra l’interno e l’esterno. Dentro una radio al tempo stesso ricevente e trasmittente. In cortile sembra di essere dentro, quando si è dentro sembra di stare fuori. Quella che poteva essere una colata di acciaio, calcestruzzo e vetro, una montagna aspra e inospitale, fa l’effetto di una dolce collina dalle linee distese su cui riposare l’occhio: all'interno ci si rilassa esplorando le ultime creazioni artistiche del nostro secolo. L’ex Caserma Montello, di cui è stata conservata la facciata che accompagna con sorprendente armonia la parete in cemento che guarda su via Reni, era un luogo isolato dal quartiere Flaminio, un corpo estraneo, ostile. La nuova struttura che ha preso il suo posto è diventata il cuore pulsante di questa parte di città. Il MAXXI non è solo un'importante realizzazione architettonica, è un progetto culturale ambizioso e ricco di fascino che vuole tenere la capitale al passo con le metropoli dell’Occidente. Una struttura che regge il confronto con la Tate Modern di Londra, col centro Pompidou a Parigi, col Moma a New York. Un grande campus dove il meglio dell’arte e dell’architettura mondiale possono essere toccati, accarezzati, bevuti come un buon vino. Gli spazi espositivi, immensi e ben illuminati da una luce naturale che arriva tersa e mielata, ospitano collezioni permanenti e mostre temporanee di livello internazionale, sia nel campo delle arti figurative che dell’architettura, con un occhio di riguardo alla produzione artistica italiana. Nelle collezioni permanenti sono ospitate opere di artisti affermati come Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, ma anche di giovani emergenti: Cristiano Pintaldi, Lara Favaretto, Margherita Manzelli, Eva Marisaldi, Francesco Vezzoli. Si è appena chiusa una mostra antologica, la più bella mai realizzata, delle opere di Michelangelo Pistoletto, è ancora in corso (chiuderà l’11 luglio) quella dedicata all’architetto Gerrit Thomas Rietveld, maestro del Novecento. Sta per finire «Inquadrare il moderno» che presenta il meglio delle foto di architettura del secolo passato. Il programma per i prossimi mesi è smisurato. Ma al Museo-campus bisogna venirci indipendentemente dalle mostre che ospita, per scoprire il piacere di camminare tra il grigio e il bianco delle pareti a volte incombenti a volta ospitali, salire le scale di acciaio, farsi stupire dagli improvvisi inserti di rosso e di giallo che pendono dai soffitti, affacciarsi su Roma dalla piattaforma che Zaha ha costruito all’ultimo piano dell’edificio. E’ bello scoprire che anche in Italia si può avere uno spazio che ospita archivi smisurati di arte e architettura contemporanea, un auditorium, diverse sale per la proiezione di video d’autore, e perché no, un book-shop aggiornato col meglio dell’editoria internazionale, un bar accogliente e, fuori, nella piazza, un ristorante raffinato che serve buoni piatti a prezzi davvero accettabili. 
In più Roma offre un piacere tutto particolare: finita la visita del Maxxi, si prende di nuovo il tram numero due e si torna in Piazza del Popolo. Ci si immerge nella città, magari si va ai musei Vaticani a guardare la Stanza delle Segnature e la Cappella Sistina, si ammira il colonnato del Bernini e si scopre che l’arte antica e quella contemporanea, l’architettura antica e quella contemporanea, regalano sempre la stessa cosa. Emozioni.  
 

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