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Roberto Cavalieri finalista a San Francisco con uno scatto di Capo Verde

Roberto Cavalieri finalista a San Francisco con uno scatto di Capo Verde
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Andrea Violi 

Una spiaggia deserta. L'oceano che si infrange sulla sabbia con onde robuste. Un giovane si mettere a fare i salti mortali in riva all'oceano: sembra quasi sfidarne la forza. In quei salti, per un attimo rimane a testa in giù. E in quell'attimo uno scatto immortala "per sempre" le prodezze di quel giovane. La foto "The Jumper" è andata in finale in un concorso internazionale negli Stati Uniti.
C'è una mano parmigiana dietro a quella macchina fotografica: Roberto Cavalieri, insegnante e fotografo freelance che si occupa soprattutto di reportage sociali.
Cavalieri risponde alle domande di Gazzettadiparma.it sul buon risultato ottenuto nel concorso - non pensa di salire sul podio, ma si dice comunque contento - e parla della sua attività di fotografo, per la quale ha fatto numerosi viaggi, anche in Paesi africani teatro di guerra. Nel 2007, inoltre, sempre nella tranquilla e turistica Capo Verde, Cavalieri era stato fermato dalla polizia per un innocuo scatto a un palazzo storico. 
Ora il viaggio che Cavalieri vorrebbe intraprendere è a Parma, per raccontare (e denunciare) con le fotografie i problemi di povertà ed emarginazione che non risparmiano la sua città.

La foto "The Jumper" che ha scattato a Capo Verde in uno dei suoi viaggi in giro per il mondo è finalista nel concorso organizzato dal Rayko Photo Center, organizzazione di San Francisco. Un concorso un po' di nicchia, aperto a chi usa le macchine fotografiche a basso costo, che erano in voga negli anni '70-'80. Gli scatti inviati al concorso negli Stati Uniti sono stati realizzati con una macchina Holga 120, con pellicola in bianco e nero. Un apparecchio del valore di mercato attorno ai 40 euro. 
Il concorso è rivolto a chi usa insomma le “toy camera”, le “macchine giocattolo”.  

Come le usa e getta, signor Cavalieri?
No... le usa e getta rientrano in questo arcipelago ma... qui si tratta di lomografia, una corrente di fotografia che si oppone al digitale. E' una nicchia di fotografi, anche professionisti...

In varie nostre interviste a fotografi è emersa la diatriba fra sostenitori e detrattori del digitale...
Quelli molto giovani vedono solo il digitale. Essendo nativi digitali, fanno fatica a vedere la pellicola o immaginare se verrà stampabile o meno. Per quelli più “alla vecchia maniera” è viceversa. Nella fotografia analogica il bello è il singolo scatto.
(In quella di Capo Verde, ndr) c'era uno che faceva salti mortali dalla spiaggia verso il mare... Prenderlo con uno scatto unico così, è come colpire una moneta da cento metri di distanza. 

Quello di San Francisco è un concorso organizzato da un centro culturale di San Francisco...
Hanno partecipato 340 artisti da 17 Paesi. Sono tra i finalisti ma dubito che in un mercato americano premino un italiano (ride) ma la mia soddisfazione è aver fatto una foto apprezzata da una giuria qualificata. Io ne ho mandate quattro, tutte di “vita da spiaggia” ma premiavano la singola foto, non il reportage.

E' un concorso prestigioso nel vostro settore?
E'  un concorso di nicchia, per foto realizzate con macchine che trovi usate su eBay o nuove in Cina a trenta euro! E' una cosa molto particolare... Devo dire che c'erano foto belle. A San Francisco hanno esposto 89 fotografie, tra le quali la mia.

Ha ricevuto un giudizio dagli organizzatori?
No, un'e-mail che diceva che sarebbe stata tra le finaliste e la mettevano in esposizione nella sede di San Francisco dal 6 marzo.

Ci parli un po' di lei.
Nella vita sono un insegnante di Scienze naturali, quest'anno all'Itis a Parma. Mi occupo di progetti nel sociale, prevalentemente sulle carceri. Diversi miei lavori (fotografici, ndr) sono sulle carceri in Africa. Qui a Parma sono entrato nel mondo del giornalismo dedicandomi al Sud del mondo, attraverso una rivista che si chiamava Alfazeta. Mi sono sempre occupato di viaggi e di estero, per passione. Per quindici anni ho viaggiato molto in Africa o da freelance puro, partendo io e investendo di tasca mia, o con assegnazioni da parte di riviste. Ho seguito la guerra in Ruanda, in Burundi, in Congo, in Somalia, in Guinea Bissau, in Sierra Leone... Ho lavorato anche per un'agenzia umanitaria su carceri e campi profughi. La mia prima entrata in carcere in Africa, per un reportage assieme a un giornalista, è stata a Kigali, in Ruanda, dove erano rinchiuse persone accusate di genocidio.

Dei tanti Paesi che ha visitato, delle situazioni che ha vissuto, qual è quella che più le è rimasta dentro?
Il Congo, dove ho lavorato di più. Il traffico di diamanti, i ritratti di persone che pubblico sul mio sito, per un lavoro si chiamava “Volti di guerra”.

Lei scatta le foto per raccontare i fatti o più per fare denuncia?
Entrambe.

E ora quali sono i suoi progetti?
Mi piacerebbe trasferire a Parma questo tipo di fotografia. E' una grande scommessa ma mi piacerebbe provare.

Perché è un genere di fotografia poco compresa dal pubblico?
No, non è difficile dal punto di vista della capacità della gente di leggere problematiche di questo genere. E' la capacità della gente di accettare e capire che scene di questo genere ci sono anche a Parma. Le storie di emarginazione e povertà ci sono anche nella bella Parma... Non c'è bisogno di andare in Congo per vedere certe scene. Sì, qui nessuno ha il kalashnikov però al Parco Falcone e Borsellino hanno accoltellato un giovane... Probabilmente è qualcosa che si fa fatica ad accettare che ci sia e si fatica a comunicarlo. Io penso alle persone disoccupate o che perdono la casa: un reportage del genere si può realizzare anche qua perché i numeri ci sono. Così per gli immigrati, i rifugiati, i profughi... Sicuramente vivranno meglio che in Africa ma il disagio esiste anche qua. Bisogna accettare di vederlo. 
 

 Le foto scattate a Capo Verde (gallery)

 Parigi in bianco e nero vista da Roberto Cavalieri (gallery)

 Il sito di Roberto Cavalieri

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