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Berengo Gardin, clic dalla vita

Berengo Gardin, clic dalla vita
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Alberto Mattia Martini

Come eravamo ieri? Come siamo oggi? Come è cambiata la nostra società in circa cinquant'anni? Le risposte a questi quesiti sono tutte reperibili osservando le immagini create da Gianni Berengo Gardin, ritenuto tra i fotografi italiani più rappresentativi e rilevanti. Berengo Gardin «inizia a scattare» nel 1954 girando il mondo con al collo la sua macchina fotografica; prima come inviato di riviste prestigiose come Domus, Epoca, Il Mondo, Le Figaro, Time e L’Espresso, successivamente con l’occhio di chi avverte la necessità di raccontare e documentare la vita, da quella di tutti i giorni a quella politica, ai cambiamenti sociali che hanno segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese. Percorrendo le maestose e sontuose sale di Palazzo Reale, contornato da affreschi, specchi, colori ed imponenti lampadari, ad un primo sguardo superficiale, le fotografie in bianco e nero di Berengo Gardin, appaiono come la scura notte comparata all’abbagliante luce del sole. Spesso tuttavia è durante le ore delle tenebre che la mente, vangando libera di immaginare e sognare incontra quelle esclusive emozioni, destinate a rimanerci attorcigliate per sempre. L’occhio gradatamente si avvicina al racconto per immagini e ne viene attratto dalla narrazione, dalla capacità di rendere semplice e quindi confidenziale ogni tematica affrontata. In queste opere è testimoniato il nostro tempo, un’indagine mai retorica dell’esistenza in cui ciascuno di noi può rinvenire parti della propria vita, dei ricordi, delle sensazioni e degli anni che troppo repentinamente ed ineluttabilmente volano via. Sono luoghi, condizioni e circostanze «rubate» e poi restituite a chi vuole pensare, sono gli occhi delle persone ritratte; più mi avvicino alle fotografie, più mi sembra di intuirne i pensieri e udirne le voci che raccontano la loro storia. Le immagini di Gianni Berengo Gardin indagano e rivelano l’uomo, l’umanità in tutte le sue espressioni e dimensioni: dai risvolti felici e spensierati, alla tragicità che spesso si impone come percorso obbligato verso il quale procedere. In tale visione si esplica il lavoro di indagine del 1969, messo in atto dal fotografo insieme a Carla Cerati e riguardante la condizione dei manicomi psichiatrici in Italia. Un racconto forte e drammatico sulle atrocità e la disumanizzazione a cui erano sottoposti i «rinchiusi» in questi luoghi della sofferenza, tra i quali compare anche l’ex Ospedale psichiatrico di Colorno. Morire di classe risulterà un tassello fondamentale ai fini dell’approvazione della Riforma Basaglia e quindi alla chiusura dei manicomi. Nelle centottanta fotografie esposte, sono raccontate molte storie come: La disperata allegria, un reportage sui campi Rom, la Gente di Milano, la serie sui Baci, l’Ambiente, Religiosità o ancora la serie del 1973 nella quale insieme a Cesare Zavattini ripercorre il concetto dell’opera Un paese di Paul Strand, esplorando vent'anni dopo il fotografo americano gli effetti del trascorre del tempo a Luzzara; il reportage passa attraverso i contadini, gli operai, i campi e gli interni delle case. Verosimilmente quindi è ineccepibile Berengo Gardin quando afferma che l’impegno del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile, in quanto citando le parole di un altro grande fotografo come Ugo Mulas: «Le belle foto servono a poco, una fotografia che porta con sé anche un messaggio ha sempre un valore aggiunto».
 

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