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Crisi e pasto fuori casa: gli italiani rinunciano al ristorante ma non al bar

Crisi e pasto fuori casa: gli italiani rinunciano al ristorante ma non al bar
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RIMINI - (Andrea Violi) La crisi si ripercuote sui pasti fuori casa, con molti consumatori decisi a tirare la cinghia su pause-pranzo e cene conviviali. Tiene invece la colazione al bar.
I «tagli» principali sono previsti dai consumatori del centro-sud. Nel Nord-Est (Emilia compresa) è possibile una sostanziale tenuta. In particolare, la fascia di consumatori fra i 18 e i 35 anni dice che in questi tempi di crisi non vuole rinunciare a nulla, ma spenderà meno su tutte le voci del proprio bilancio personale.
È questo il quadro dei consumi fuori casa che emerge da una ricerca di Fipe-Confcommercio, di cui si è discusso sabato nella giornata inaugurale del Mia, il Salone dell'alimentazione di Rimini. Una fiera incentrata in particolare sul settore della grande distribuzione e dei locali.

ITALIANI POCO OTTIMISTI. Nel 2009, in Italia 6 famiglie su 10 si aspettano un peggioramento della propria condizione economica, a causa della crisi che stiamo attraversando. Sopra alla media ci sono Sicilia e Sardegna (dove il 63% degli intervistati prevede un peggioramento) e al Centro (62%), mentre al Sud si raggiunge il 59,5%. Per poco più di un terzo degli itailani invece non sono previste particolari ripercussioni.
Il 57% di chi prevede un peggioramento della propria situazione economica nel 2009 si aspetta un'incidenza sul tenore di vita. Il 41% delle famiglie intervistate prevede «difficoltà a rispetare le scadenze», mentre il 34% degli interpellati teme fortemente «rischi sul posto di lavoro».

GLI ITALIANI SI RIMETTONO AI FORNELLI. Le reazioni a queste «minacce» della crisi? Su 10 italiani intervistati, 7 eviteranno i consumi superflui, che comprendono il settore benessere/divertimento ma anche i pasti e le consumazioni fuori casa. Queste ultime caleranno, nelle intenzioni soprattutto degli ultra 55enni ma anche di chi non teme conseguenze per la crisi. I quali pensano che in ogni caso è sempre meglio risparmiare su qualcosa, evidentemente.
Il 39% degli intervistati si aspetta di dover «risparmiare sui consumi fondamentali» (mezzi di trasporto, istruzione, prodotti alimentari). Gli italiani si stanno rimettendo ai fornelli: cucinano di più in casa, per risparmiare.

LE RIPERCUSSIONI SUL PASTO FUORI CASA. Tiene la colazione al bar, perde qualche colpo il pranzo “di necessità”, cala la scelta a favore delle cene in compagnia. Oltre la metà di chi finora va in pizzerie e ristoranti dichiara che quest'anno... ci andrà di meno. Alle imprese della ristorazione fuori casa, i consumatori chiedono più promozioni e «prezzi più giusti», cioè un migliore rapporto qualità/prezzo.
Quando avranno occasione di fare un pasto fuori casa, gli italiani intervistati da Fipe-Confcommercio continueranno a scegliere la pizza (specie giovani e donne), i primi piatti e il pesce. Sono “a rischio” invece salumi, formaggi, antipasti e vino.

LA CRISI VIENE DA LONTANO. Secondo Fipe, la crescita del pasto fuori casa in Italia è cresciuta solo del 5% dal 2000 ad oggi. Una performance che Fipe definisce in realtà come un sintomo di stagnazione, considerando la “forte crescita” degli anni '70 (+51%) e la “buona crescita” degli anni '80 e '90 (+23%). Se tempo fa la Fipe-Confcommercio ipotizzava che nel 2030 i consumi alimentari in fuori casa avrebbero raggiunto quelli domestici, ora la previsione non è più valida. «Il pubblico esercizio italiano è uno dei sistemi d'offerta a maggiore  diffusione territoriale, non solo in Italia ma anche in Europa - dice una nota di Fipe -. Ma in Italia, a differenza di altri Paesi, si è consolidato negli anni un sistema d'offerta parallelo di dimensioni imponenti. Circoli sportivi e culturali che spesso sono soltanto bar o ristoranti, agriturismo che fanno ristorazione senza alcun rapporto con la produzione agricola, esercizi commerciali che svolgono l'innovativa sommistrazione non alcune delle numerose varianti in cui si articola il consumo alimentare fuori casa. Da un calcolo, forse approssimativo per difetto, si stimano in 1,7 milioni i luoghi in cui si può mangaire o bere qualcosa (“eating places”)».
I pubblici esercizi vivono «una stagione di forte sofferenza - come dice Fipe -. In 7 anni hanno chiuso l'attività oltre 28mila imprese di ristorazione e 58mila bar. Nell'anno in corso sono a rischio chiusura 4mila aziende e 20mila posti di lavoro. La produttività continua a scendere. Nel 2000 il valore aggiunto per unità di lavoro superava i 29mila euro, 7 anni dopo non arriva a 26mila euro».

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