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Ora il Dolcetto di Ovada parla un po' parmigiano

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C’è un signore parmigiano che nei pressi di Ovada smette il camice verde del dentista (di fama) per indossare la camicia a quadri del vignaiolo. Giuseppe Ravasini cerca nei terreni piemontesi meno battuti la memoria storica e i ricordi d’infanzia senza però la retorica del passatismo oltranzista.  Anzi. La sua visione del vino è innovativa e futuribile. 

Stiamo parlando di Dolcetto, che da vino passepartout per ogni abbinamento che è tutto tranne dolce, sta vivendo una certa impasse. Eppure qualcosa si muove. 
Fresco di DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), ottenuta nel luglio scorso, ma «sfoggiabile» solo a partire dal 2010, quando potrà chiamarsi semplicemente «Ovada», il Dolcetto di Ovada fino ad ora è rimasto piuttosto confinato entro le zone di produzione, scollinando al più, se così si può dire, in Liguria e in Lombardia e restando per il resto scarsamente conosciuto nelle altre regioni e all’estero, se non presso i Piemontesi emigrati in quelle terre. 
Un vino difficile da capire
L’appellativo proviene probabilmente da «dousett» ossia «piccolo dosso». Ciò alluderebbe ai luoghi della collina piemontese con una pendenza più spiccata e perciò difficilmente coltivabili.
Nonostante la naturale eleganza, il tipico profumo di mandorle amare e una certa spigolosità conferita dai tannini hanno reso il Dolcetto di Ovada un vino comunque difficile da far capire. 
Alla vigilia del succitato 2010, si sono delineate due tendenze da parte dei coltivatori vinificatori.
 Una, effettuando vendemmie tardive e diminuendo la percentuale di resa dei vigneti, mira a farne un prodotto molto più morbido, più pieno, più fruttato nel gusto a scapito del profumo, ma con una struttura in grado di farlo apprezzare a chi ama vini più complessi. 
Estremizzando questa linea, è nato di recente anche un passito di Dolcetto. L’altra tendenza, punta a snellire la struttura del vino con una vendemmia precoce e, dopo avere tolto i vinaccioli, lasciando fermentare il vino sulle bucce per breve tempo per poi finire a freddo la fermentazione.
Profumi senza invecchiamento
 Così si ottengono grandi profumi e un gradimento sensoriale immediato, mentre cala la propensione del vino all´invecchiamento. 
Da questa ultima corrente, l´iniziativa di alcuni di togliere immediatamente il mosto delle bucce e di vinificare in bianco, creando così un rosato di Dolcetto dal profumo molto vivace con evidenti sentori di frutta fresca. 
Giusepppe Ravasini, il cui nonno Luigi, mobiliere genovese, acquistò la Cascina Brettarossa nel 1920 per portare la famiglia in vacanza nel verde, nel Dolcetto ci crede. 
Dalle vigne intorno alla cascina, ristrutturata da poco, Ravasini, con l’enologo Gianluigi Corona e il vinificatore Giorgio Cicchero ha realizzato il suo Dolcetto di Ovada: colore rosso rubino intenso, con sfumature bramate, il profumo predominante di frutta matura nera confetturata. 
E poi c’è il suo fiore all’occhiello, il Macatin’, un Monferrato Rosso in cui è presente anche un vitigno autoctono come l’albarossa. Un segno del destino? An. Gri.

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