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Enoteca Marcucci, covo di parmigiani

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Chichibio

C'è un’aria parmigiana, o qualcosa che le somiglia, nelle stradine di Pietrasanta. Vi si respira, protetti da monumenti e opere d’arte, un’atmosfera fatta di dolcezza di vivere, una sensazione di cultura diffusa, di civiltà dell’incontro che forse nella nostra città è andata perdendosi. Certo aiuta l’estate, le pur sempre più brevi vacanze, la possibilità di incontrare volti conosciuti, una dimensione anche internazionale e glamour fatta di mostre, di spettacoli, di mondanità, che almeno per poco allontana il grigiore dei tempi presenti. In questa capitale del marmo, e degli scalpellini che fanno grandi gli scultori, c'è un punto di ritrovo, l’Enoteca Marcucci, dove non sono poche le tracce della nostra città: per le iniziative che vi sono prese, per la frequentazione di nostri concittadini, per l’amore che il patron ha per Parma, per -e questo non sorprende- il cibo e soprattutto il vino che vi si trova. L’Enoteca, nella strada parallela al Duomo, è in un vecchio fondo commerciale, con soffitti a vela, antichi pavimenti, quadri, opere d’arte e istallazioni moderne: con un frigo fatto nel muso di una Cinquecento rossa, una cantina monumentale con grandi vini e produttori emergenti, dalla Francia e da tutto il mondo, con circa 3000 etichette e straordinaria profondità di annate, grandi formati. Michele Marcucci è l’anima e il motore del posto: «Amo Cocchi -dice-, i tortelli dell’Osteria delle vigne, il fascino della Buca di Zibello, il Parmigiano dei Gennari, il prosciutto e lo strolghino. Tutte cose che ho conosciuto grazie ai clienti-amici di Parma che hanno fatto crescere il nostro locale insieme a Pietrasanta che, non molti anni fa, era considerata un posto di second’ordine per i turisti di Forte dei Marmi. Bimbetto di vent'anni ero affascinato da queste persone, dai loro discorsi e dagli artisti che venivano qui. Li abbiamo sempre accolti con calore, sia quelli famosi come Botero, Mitoraj e tanti altri, sia quelli meno noti: per loro c'è sempre stato un piatto da mangiare, un posto per ospitarli. Così è nato un rapporto particolare e questi artisti mi sono stati maestri di vita, di viaggi e anche di cucina, perché qualche piatto me l’hanno insegnato loro. E soprattutto mi hanno aperto gli occhi e fatto crescere, perché io sono un pietrasantino un po' provincialotto». 
Quando nasce l’Enoteca?  «Nel 1987 col trasferimento della bottega dei vini dei nonni che, nella via parallela, avevano una rivendita di vino in damigiane e di fiaschi che preparavano loro e consegnavano a domicilio con vuoto a rendere. Da quel fondo ci siamo trasferiti qui e abbiamo iniziato a somministrare cibi e bevande. Con l’aiuto di mio padre, che era funzionario di banca, e di mia madre, che era maestra elementare, di mio fratello; abbiamo cominciato con salumi e formaggi, poi ci siamo allargati in nuovi fondi, nella cantina, abbiamo fatto la cucina e il caminetto dove vengono cotti quasi tutti i nostri secondi alla brace. Durante le vacanze lavoravo coi nonni e già c'erano i primi champagne e i primi vini di qualità: ora vado tutti gli anni in Borgogna e acquisto direttamente, come quando vado in Champagne da Krug o da Selosse. Mia madre stava ai fornelli, mio padre alla brace, abbiamo sempre tenuto un profilo toscano in cucina, con cose semplici, materie prime di qualità: zuppe, fagioli e olio buoni, pane cotto a legna, abbiamo recuperato la qualità della zona, le erbe aromatiche dell’orto di famiglia, i fichi, i pomodori». 
Come nasce il rapporto con Parma? 
«Erano parmigiani i miei primi clienti: ricordo Paolo Pizzarotti e devo dire che ogni volta che ho pensato a cambiamenti nella mia attività ho sempre chiesto il suo consiglio, poi credo di averlo influenzato nella scelta di acquisire “Monte delle vigne” e di lanciarsi nella produzione di vino. Con loro collaboro di continuo e recentemente abbiamo fatto un vino (Chardonnay con metodo charmant) che è diventato una specie di spumante della casa: l’etichetta l’ho pensata e fatta con Giulio Belletti (grafico, parmigiano e pallavolista) e con il gestore del Bagno Piero di Forte dei Marmi, dove andava la famiglia Barilla, la famiglia Moratti, Andrea Pirlo, Tanzi, i calciatori. Tutti amici-clienti, come Marcello Pioli e Marco Rosi. Collaboro con Daniele e Corrado Cocchi: per loro ho fatto, con Guicciardini Strozzi, un Bolgheri che si chiama “Razzo da corsa”, la cui etichetta è stata disegnata da Arturo Sereni e che ora vendiamo insieme. Con la Smeg e la famiglia Bertazzoni c'è una collaborazione continua: l’ultima cosa è il frigo fatto col frontale della vecchia Cinquecento che mi hanno mandato in anteprima nei colori bianco, rosso e verde. Andrea Rizzoli ha fatto per me un barattolino di acciughe sott'olio preparate a mano; nell’iniziativa di Davide Paolini del panettone a Ferragosto, tenuta al bagno Piemonte, abbiamo bevuto Malvasia dolce di Parma. Con Emanuela Barilla, poi, mi confronto per le installazioni di artisti: i suoi consigli e quelli di Paul Smith mi sono di grande aiuto. Parma è ormai diventata parte di me e, a proposito, qual è il giorno di chiusura di Pepén?».
 

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