Il vino

Un blend «antico» per il vino del Libano

Un blend «antico» per il vino del Libano
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di Andrea Grignaffini

«E’ un vino vivo»:  in queste parole è racchiusa l’espressione dell’anima e dell’essenza del vino di Serge Hochar, proprietario della Maison Chateau Musar. Un mito per i rossi, lo stesso per i bianchi, meno noti ma forse ancor più straordinari.
Siamo in Libano, nella Valle della Bekaa, terra fertile incuneata fra due rilievi montuosi, non distante dal Mar Mediterraneo da cui ne trae tutto i benefici.
Gaston Hochar, fondatore di Chateaux Musar, attorno al 1930 torna in Libano dalla Francia e si stabilisce nel castello di Ghazir, non lontano da Beirut. L’incontro e l’amicizia durante il periodo della seconda Guerra Mondiale, con Ronald Barton, proprietario di Chateaux Leoville Barton a Bordeaux, convinsero Gaston Hochar a dedicarsi alla viticoltura, intuendo la potenzialità di questo territorio. La struttura del terreno formata da strati calcarei con la presenza di argilla e sabbia, il clima pur temperato ma con forti escursioni termiche, rende la vendemmia di grande qualità.
Parliamo del bianco: un blend di uve autoctone di obaideh e merwah. L’uva obaideh è considerata la capostipite degli chardonnay, la merwah, i cui vigneti sono vecchi di oltre ottant’anni e allevati secondo il metodo biologico, discende dal vitigno semillon: la Francia, che geograficamente è lontana,  ci pare più vicina.
La vinificazione di queste uve prevedono la diraspatura, la fermentazione alcolica e la malolattica in modo completamente naturale, in parte in barrique e in parte in acciaio cui fa seguito l’affinamento in barrique di rovere francese sulle fecce fini, per sei mesi e per almeno quattro anni in bottiglia prima della vendita.
Il risultato è un vino che nel tempo esprime una forte vitalità che lo rende «vivo» riprendendo la frase succitata di Serge Hochar.

Una dimostrazione è Chateaux Musar White 1995: un vino di eccellente finezza ed eleganza dalle delicate fragranze di frutta a polpa gialla e leggere nuances iodate. In bocca è cremoso, arrendevole con una forte carica di acidità che conserva anche nel finale. Ma farebbe sorridere accennare solo a quest’annata visto che si potrebbe andare in là nel tempo fino agli Anni 50.
Vini, ancor oggi (e lo dimostra un’uscita limitatissima di cassette con il meglio degli ultimi decenni), di un’integrità e di una vitalità a dir poco incredibili: una cosa stupefacente per un vino bianco che assurge tra i più grandi di ogni tempo e di ogni luogo.
DAL LIBANO ALLA BORGOGNA:  HUBERT DE MONTILLE
Un omaggio ai grandi di Francia
Masciarelli è, insieme a Valentini, il più famoso produttore abruzzese. Molti non sanno che dietro l’anima dei suoi vini c’è anche l’amore per la Borgogna (e nei bianchi, Chardonnay, in primis, lo possiamo anche intuire).
Proprio per questo si è inventato importatore del celeberrimo Domaine de Montille. Un fatto, e non potremmo mai stupirci conoscendo il tipo, soprattutto dovuto all’amicizia con la proprietà, in primis con Etienne figlio del grande Hubert de Montille.
Proprietari di un’azienda in cui ha prevalso l’amore e l’attaccamento allo stile borgognone che conferisce ai vini una grande piacevolezza: moderata gradazione alcolica, estrazione di colori e aromi e utilizzo del legno nuovo ma sempre bilanciatissimo come si arguisce dai tannini equilibrati.
Straordinari i pinot noir: vini apprezzatissimi in quanto espressione al massimo livello del vitigno, ottenuti attraverso una vinificazione con lunghe macerazioni, affinamento in barrique, di cui un trenta per cento nuove, e l’imbottigliamento senza filtraggio.
I vini sono di classe, eleganti, con un frutto sempre in grande spolvero e aromi in cui il fiore integro si interseca con la parte fruttata rossa perfettamente definita.
 

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