Il piatto forte

Fave, povere e bistrattate. Ma con una storia antica

Fave, povere e bistrattate. Ma con una storia antica
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di Chichibìo
Non si scherza sulla fava, ché il doppio senso, facile e banale, è subito in agguato e i censori perbenisti sempre tempestivi nel biasimarlo. Ci si fermi allora, per quanto riguarda le note linguistiche, peraltro ricchissime, ai «due piccioni (pare ne siano golosi) con una fava» e alle «fave dei morti», dolce tipico della commemorazione autunnale dei defunti. E tuttavia la fava è pianta primaverile che, già nel campo e alla prima raccolta, si lascia gustare fresca, tenera, delicatissima. Poi, con a portata di mano un vino rosso di profumo fresco e sapore asciutto, un salame o un pecorino giovane (il «baccellone» che sa di poco e dalle fave prende nobilità - ma se vi chiamassero così avrete diritto a offendervi) sarà subito merenda e, tra aprile e maggio, scusa o pretesto per gite fuori porta, per i primi pic-nic all’aperto.

Non sottovalutate la fava, perché ha storia, blasone e grande versatilità: ce n'è traccia nei villaggi neolitici in Svizzera, nelle tombe egizie, negli scavi di Troia. Con quelle scure, i Greci eleggevano i magistrati, con quelle bianche li bocciavano. Pitagora leggeva in esse segnali negativi, Aristotele le amava. Tutta l’antichità se ne nutrì, perché alimento molto energetico e i Fabi, famiglia patrizia dell’antica Roma, da lei presero il nome. La polenta di fave («puls fabata») sostenne i poveri nel bacino Mediterraneo, finché non arrivò dalle Americhe il più dolce e eclettico fagiolo. Allora la fava sembrò tediosa, piatta, sempre uguale: forse lì iniziò il suo scadere a legume un po' sciocco e monotono e, in sovrappiù, s'aggiunsero le prime manifestazioni di quell'anemia genetica ereditaria chiamata appunto favismo. Resistette nella tradizione culinaria del Sud dell’Italia: cucinata cruda o cotta, fresca o secca, nel macco delizioso, nella «fève de roi» che fa felici i bambini francesi quando la trovano dissimulata nella dolce «galette» dell’Epifania, in Corsica e in Provenza alla «croque-au-sel» (crude con burro e sale), nella «fabada» spagnola (zuppa di fave, fagioli e carne).
 Allo stesso modo è la favata sarda con l’aggiunta di finocchietto e verdure, cotiche, salsicce; in minestra di verdure con paste fresche: i lolli ragusani, le loane pugliesi; lessate e poi saltate in padella con cipolla e animelle; fatte in purè e poi condite con frutti di mare o 'ncapriata, vale a dire purè con attorno lampascioni, peperoni verdi fritti, cicoria o catalogna bollite. E, ancora, fave intere lessate con melanzane sott'olio, con peperoni sott'aceto, con olive. Sappiate, infine, che se vi piacciono la musica e i testi stralunati, lo stile ironico di Elio e le storie tese, il loro gioco, i loro non sense, sappiate che anche voi potrete chiamarvi «fave», come i loro più fedeli ammiratori.

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