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Il piatto forte

Angelo Gaja, il vignaiolo che ha «creato» il barbaresco

Angelo Gaja, il vignaiolo che ha «creato» il barbaresco
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Angelo Gaja: una leggenda enoica. L’uomo che ha reso il Barbaresco qualcosa di più. La storia di una famiglia di origine spagnola che ha festeggiato centocinquant'anni di attività nel settore vitivinicolo con discrezione pari alla bravura, senza mai mettersi in prima fila, restando dietro le quinte e forse proprio in virtù di questo primeggiando su tutti gli altri. 

Insomma, volendolo compendiare con una frase potremmo parlare di uno «stile Piemonte».  Molto cortese e  nello stesso tempo caparbio.
 Pur producendo già dal 1859 vino  che vendevano nell’osteria di famiglia, la sua rinascita inizia nel 1961 da Angelo Gaja quando decise di trasformare l’azienda vinicola in azienda agricola, avendo così la possibilità unica di vinificare uve di proprietà, rinunciando a produrre vino di altre aziende fra cui quello che era assolutamente il «must» delle Langhe: il Barolo. 
Il rilancio delle Langhe
Inizia così l’ascesa del marchio Gaja che ben presto lo porterà a conquistare  riconoscimenti prestigiosi a livello planetario. Già il padre di Angelo, Giovanni, sindaco del paese  di Barbaresco, figlio di Angelo e di Clotilde Rey (la mitica «Tildin»), donna di grande ingegno e intelligenza, aveva tuttavia posto le fondamenta del futuro dell’azienda con l’acquisizione dei terreni vitati più felicemente esposti nelle Langhe detti Sorì (ovvero quelli dove la  neve si scioglie prima). 
Così negli anni Sessanta la famiglia decide di abbandonare la produzione di Barolo per dedicarsi al Barbaresco che in breve ne diventa l’emblema, il punto di riferimento. 
Inizia un periodo innovativo con la nascita dei cru, ossia i vini ottenuti da un unico vigneto: il «Sorì San Lorenzo», dal nome della parrocchia che per prima aveva posseduto le vigne, nel 1967; il «Sorì Tildin», un omaggio alla nonna, nel 1970, e il «Costa Russi» nel 1978. 
Novità in vigna e in cantina
Sono anni questi di grande fermento in vigna e in cantina con l’acquisizione di nuove tecnologie, con la sperimentazione di barrique, con nuove cantine. Pur rimanendo nei confini dell’artigianalità, i cru ben presto raggiungono vette di eccellenza tanto da essere contesi come capolavori d’arte, pur nell’inadeguato numero di bottiglie prodotte rispetto alla domanda, rimanendo così capolavori da tutti apprezzati e ricercati. Anche se a disposizione  di pochi eletti. 
Importante fu anche una nuova strategia di mercato, allora molto criticata dai concorrenti, essendo stato il primo a vendere il proprio vino «en primeur», ossia su prenotazione come già facevano a Bordeaux per i «premiers crus». 
Altro particolare importante che permette di riconoscere subito una bottiglia Gaja è il logo del cognome stampato in grande su tutta la larghezza dell’etichetta tanto da sembrare più importante del nome del vino stesso, operazione già intrapresa da nonno Angelo. Il mondo del vino, tramite Gaja ha dato un valore primario all’uomo: al di là di certificazioni, disciplinari e quant’altro. La fiducia va all’azienda. 
Ma come in questo caso a un uomo: unico.   Andrea Grignaffini 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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