Il piatto forte

Ristorante arrivederci. Ora si va a cena a casa

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di Chichibìo

Sembrava facile, e bello, negli illusori anni '70/'80 aprire un ristorante. Qualche soldo a disposizione, la presuntuosa certezza che la ristorazione fosse insufficiente e semplice a farsi, la convinzione d’esser capaci di cucinare meglio: così molti decisero di lasciare il lavoro (i più prudenti optarono per un, ancora possibile, part-time) e aprire un locale. Un posto in campagna, un buco in città e via a fare l’osteria, a preparare menu scritti a mano, a metter su cantine coi vini conosciuti. I pochi più accorti hanno retto, fatto pratica, tenuto duro - gli altri, esaurito l’entusiasmo, hanno smesso e sono tornati dall’altra parte dei fornelli. Ma l’idea del ristorante in cui si ricreano l’aria e i sapori di casa è vecchia come il mondo, è una formula difficile e vincente, usata e abusata, ripresa dalla pubblicità, utilizzata nella comunicazione - la innerva, infatti, l’illusoria speranza di poter godere di piatti casalinghi fatti da altri e dunque spendendo solo denari e non quei pensieri, tempo, cura che il cibo domestico richiede. Anche nel migliore dei casi, però, si resterà inevitabilmente un po' delusi e sempre qualcuno dirà che quello della mamma, zia, nonna è migliore. E tuttavia il desiderio di trovare quel cibo, quell'atmosfera calorosa spinge a cercare, oggi soprattutto sul web, indirizzi inconsueti, a correre il rischio dello sconosciuto, dell’incontro inatteso. Per pagare meno che al ristorante, per averne maggiore soddisfazione. Dall’altra parte un sottobosco fitto di cuochi amatoriali, di chef incompresi è pronto ad aprire le porte di case, per lo stesso piacere dell’incontro e/o per riceverne un guadagno concreto. All’inizio fu così: nelle case dei pescatori greci, sulle coste bretoni, nelle baracche cubane, in Puglia o in Calabria s'assaggiarono, durante le vacanze, teglie di piatti unici, pesci e verdure che giovinezza e ricordo indorano per sempre. Al tempo della scuola e prima degli agriturismo, appetiti sempre intatti vennero saziati da tegami fumanti di tagliatelle, da zuppiere di trippa, da monumentali stinchi e costine al forno e chi, come me, stava fuori poté conoscere l’impagabile ribollita della signora Lia, il suo infiammato peposo. Si mangiava molto, si pagava poco. Non poco, invece, costavano quelle bravissime cuoche a domicilio che andavano, e ancora vanno, nelle case a preparare cene impegnative, pranzi significativi. Oggi, tra i tavolini e le chiacchiere di via Farini, circola il nome di qualche bar che cucina fuori orario, qualche indirizzo privato riservato agli amici: garantita è la semplicità del cibo, l’accoglienza amichevole, la piacevolezza festiva della serata - senza dimenticare il pagamento in contanti.

-Cosa accade
Cosa lo rende molto differente  rispetto a un locale normale
Ciò che occorre è una casa accogliente, una sala spaziosa o un giardino per la stagione estiva, un cuoco/a capace di cucinare per 6-10 persone. Il menu è fisso, ma si può concordare pur restando nel ventaglio di possibilità che la casa sa offrire; il prezzo è deciso prima, oscilla tra i 25 e i 30 euro, e dipende dalle materie prime utilizzate (il tartufo, il pesce per esempio, fanno salire il conto). Il vino è corrente, scelto tra le etichette nostrane di miglior rapporto prezzo/qualità, ma anche qui si può variare: chi vuole portare bottiglie proprie lascerà un «diritto di tappo», come accade anche in locali blasonati.
Essere puntuali, non troppo noiosi, non rinunciare all’ultimo momento, accettare lo spirito amichevole con cui il tutto nasce, adattarsi ad un servizio volenteroso e collaborare per la riuscita della serata. Non sono vietate le chitarre, né le canzoni da intonare in coro, il caffè è quello della moka, il nocino fatto in casa. Fare festa non è obbligatorio, ma rende la sera nel «ristorante undergroud» più piacevole. 

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