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Ha un cuore dolcissimo. E in tavola perde le spine

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 Un cuore dolce in una scorza ostica, la succulenza interna resa croccante da mille grumi: la doppia anima del fico d’India. Frutto tra i più scomodi ma golosi come ben sanno in Sicilia dove la sua coltivazione si concentra soprattutto tra Piazza Armerina, Caltagirone e San Cono, di cui è diventato l’emblema tanto da dedicargli una sagra in ottobre. Un frutto particolare che cresce spontaneamente in terreni aridi o semiaridi in tutto il bacino del Mediterraneo, e che proprio in Sicilia e in Sardegna ha coltivazione elettiva e che origina nell’altopiano del Messico dove gli Atzechi la consideravano sacra.  Attorno al 1500, portata dagli spagnoli, arriverà in Europa dove si diffonde facilmente. Il nome gli fu dato da Cristoforo Colombo in onore di quell’India che voleva raggiungere. Il nome scientifico è Opuntia ficus-indica: una pianta erbacea le cui radici sono formate da foglie carnose; le pale, che si sovrappongono danno vita alla caratteristica forma di albero senza tronchi e senza rami. E’ dotata di rami articolati in cladodi (sono pale che immagazzinano acqua per i periodi siccitosi), carnosi e ricoperti da piccoli nodi spinosi, i fiori nascono sui bordi dei cladodi, i petali sono di un bellissimo colore giallo arancio, i frutti hanno forma ovoidale di colore che virano dal giallo al violetto la cui superficie è ricoperta di spine, buccia spessa e polpa dello stesso colore della parte esterna, ed è ricca di semi all’interno. E’ una pianta che si adatta a terreni rocciosi e siccitosi, dove vive molto a lungo, crescendo facilmente fino ai 5 metri d’altezza. Fruttifica da agosto all’autunno inoltrato, i primi frutti sono abbondanti, piccoli e dolci e vengono diradati per lasciare spazio alla seconda produzione autunnale, gli scozzolati, i migliori in assoluto. In Italia abbiamo alcune cultivar: la gialla o surfarina, la più diffusa, la rossa o sanguigna e la bianca o muscaredda. Il fico d’India non necessita di cure particolari dall’uomo e neppure di aiuti chimici per fruttificare e vivere. Spesso questo frutto è poco sfruttato dai mercati lontani dai luoghi di produzione per le abbondanti spine che lo ricoprono necessitando pertanto molta attenzione a maneggiarlo. Oggi, in Sicilia viene effettuata la despinatura con macchinari che attraverso la spazzolatura e l’aspirazione tolgono le  spine dal frutto, diventando così più appetibile per il mercato. 

Il fico d’India si mangia semplicemente: è dolce, saporito, succoso; ma trova largo impiego anche in gelateria e in liquoreria, inoltre si presta ad essere trasformato in sciroppo, in confettura, in candito, in mostarda. In Sardegna si prepara anche una buonissima sapa di fico d’India, tanto da avere ottenuto il riconoscimento di Prodotto Tradizionale.  Andrea Grignaffini

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