Il piatto forte

Un pranzo di Natale diverso. Tra mare, terra e nostalgia

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Chichibìo


Il presepe di Manarola, 300 figure di ferro lavorato da Mario Andreoli e accese da migliaia di lampadine a energia solare, sfavilla sull'acqua e illumina con la sua magia la collina delle Tre Croci. Riomaggiore, Manarola e Corniglia sono intatte, risparmiate dalle bombe d’acqua che hanno ferito Vernazza e Monterosso. Con silenzioso ritegno, offrono, agli amici che vengono a visitarle, la loro ospitalità, l’incanto della bellezza del mare, della costa, delle case. A Maurizio Bordoni, cuoco del «Cappun magru» al Groppo, questo sembra un Natale in cui le Cinque Terre si raccolgono in preghiera. «Ci si inginocchia, si prega - mi dice - e l’idea di fondo è quella della rinascita. Noi delle Cinque Terre abbiamo capito che non esiste un paese staccato dall’altro, ma che siamo un corpo unico. La risposta all’alluvione è stata immediata, solidale e corale: tutti sono partiti con le barche per dare le cose di cui nell’immediato si aveva bisogno. E soprattutto si è portato il nostro sentimento, la nostra conoscenza del lavoro: qui siamo abituati a lavorare la terra e capaci di farlo come nessuno: un problema per il futuro è che questa gente sta sparendo. Riomaggiore, Manarola, Corniglia sono aperte all’ospitalità e, nello stesso tempo, si sente che i vicini hanno bisogno. Sarà un Natale più consapevole: è il momento di pensare al meraviglioso territorio che abbiamo ereditato e alle cure necessarie per salvaguardarlo il più possibile, a cominciare proprio da questo periodo festivo. Per la mia famiglia, che era molto religiosa, erano giorni importanti: in più, mio nonno si chiamava Natale. Erano pastori e contadini, il pranzo natalizio era il massimo dell’espressione di quella cultura e si proponeva quello che c'era: maiale, conigli, galline, la pecora, i frutti del campo come le noci, i cachi, le arance, i mandarini. Erano parte della ricchezza del territorio, la gente non comperava cose in più e questo insegnamento vale certo anche oggi. I nostri contadini avevano la loro ricchezza e quella usavano: il pranzo era coi ravioli di carne e le erbe aromatiche, la gallina bollita arricchita dal ripieno fatto con le sue frattaglie, maggiorana, bietole, pane e uova. Poi le salse: quella verde, con acciughe, capperi, prezzemolo, pinoli; lo zabaione agrodolce, con l’aceto di mele, brodo ristretto, un po' di zafferano; la salsa rossa fatta coi pomodori secchi. Seguiva un piatto in umido, di  coniglio o pecora.
Il dolce era soprattutto lo sciacchetrà e gli adulti, davanti a un bicchiere e qualche noce, stavano ore a raccontare storie. I bambini avevano il loro tavolo, il pandolce, i cachi, le arance e i mandarini che addobbavano anche l’albero di Natale.
Il cibo era sempre molto abbondante, perché questa era ed è la festa della famiglia».

 

 

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