Il piatto forte

Melograno, la mano tesa verso la dolcezza

Melograno, la mano tesa verso la dolcezza
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Ride la melagrana, quando è matura e si spacca. Brillano, nella crepa, e splendono lucenti i suoi semi d’avorio, perlacei, appena umidi di sugo trasparente. Conficcati in un labirinto di logge, in un alveare fatto di membrana bianca, fibrosa e amara da cui bisogna estrarli, quei chicchi deliziosi hanno aspetto gelato e sono invece caldi di una dolcezza zuccherina, carnosa, agrodolce, frizzante, fresca, lievemente acidula. E’ la stessa delicatezza che, a ritroso nei tempi, si trovava nei primi sorbetti fatti con quel succo, mischiato alla neve delle montagne persiane. E in anni più recenti, però già abbondantemente nel secolo scorso, negli sciroppi casalinghi mescolati ad acqua fresca, sollievo agli inesauribili giochi di quei caldi pomeriggi estivi.
Oggi la granatina è tutta chimica, coloranti e aromi, ma sopravvive nella malinconia della memoria e in qualche bar dove si sanno ancora preparare i cocktail. Anche l’albero del melograno, sottile ed elegante, è sparito quasi del tutto dai giardini delle nostre campagne eppure, se ben esposto, sa resistere al gelo, ha abbondanti fiori vermigli, frutti grossi come un’arancia, verdi e tondi che, maturando sul finir dell’estate, diventano rosa scuro. La sua storia è nobile e antica, perché si tratta di uno dei più vecchi alberi del mondo, con origine in quella regione, culla della civiltà, situata tra Persia, Afghanistan e Kurdistan. Resistente alla siccità e capace di adattarsi a terreni poveri, salini possiede una sorprendente capacità di riprodursi semplicemente, interrando un pezzo di ramo o un butto strappato dalla radice. Per questo e per la sua straordinaria longevità, il melograno è stato in molti luoghi e per lungo tempo uno dei principali alleati dell’uomo contro l’avanzare del deserto.
La mitologia e la religione se ne impadronirono: presente nei bassorilievi del tempio di Karnak e in molte tombe egizie, in mosaici bizantini in Libia e in sculture assire, la melograna attraversa, molto amata dai pittori, tutta la storia dell’arte, fino a Botticelli e Matisse. Il calice coriaceo, che resta attaccato alla scorza, fa della melagrana un frutto coronato e per questo Salomone la elesse a simbolo di regalità.
Il Cristianesimo la utilizzò e già nel «Cantico dei Cantici» la giovane sposa ha «germogli che formano un giardino di melograni»; la buccia dura e i tanti semi rappresentano la Chiesa e i suoi credenti; il succo è il sangue di Cristo e dei martiri; Giovanni della Croce la cita nei suoi slanci mistici. Per i Greci fu simbolo di fertilità, fu cara ad Afrodite che la piantò nell’isola di Cipro e divenne frutto d’amore. All’ombra di un melograno Romeo canta per sempre la sua struggente serenata a Giulietta. Chichibìo

 

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