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AUTO STORICHE

Il Gp Nuvolari vissuto al volante

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Fascino e fatica d'altri tempi al volante di una Fiat 1100 Zagato Coupé del '54. Dalla Bassa alla Cisa, riscoprendo la «doppietta»

Aldo Tagliaferro

Il brivido dell'avventura? Non serve spingersi in luoghi esotici o scegliere un elefante come mezzo di trasporto. E' sufficiente fare quello che ci impone la routine giornaliera - e cioè salire in auto e guidare - però con una “signora” d'altri tempi. Della signora in questione, siccome ha quattro ruote, è lecito dire l'età: classe 1954, all'anagrafe è una Fiat 1100 Zagato Coupé, ne sopravvivono appena dodici esemplari. Il contesto? Il Gran Premio Nuvolari, che è - insieme alla Mille Miglia - la più affascinante carovana di auto d'epoca che si snoda sulle strade italiane e lo scorso weekend la corsa di regolarità che si ispira al mitico Nivola (partenza e arrivo rigorosamente a Mantova) ha annusato i sapori della nostra Bassa con sosta a colpi di spalla cotta a Fontevivo, ha morso i pendii dell'Appennino, ha fatto passerella sul circuito di Varano, infine ha scollinato verso Forte dei Marmi, raggiunta ormai al buio alla fine della prima tappa. Bugatti, Lancia, Bentley, Ferrari: il meglio del meglio dell'epopea automobilistica scarrozza su e giù per ponti e tornanti una colorata combriccola internazionale (dall'Argentina alla Russia...) di amanti del retrò, “smanettoni” veri, simpatici miliardari che spesso guidano gioielli da 2/3 milioni di euro con tanto di meccanici e service al seguito perché le vecchie signore - si sa - soffrono di reumatismi. Noi siamo riusciti a salire in uno degli equipaggi iscritti da Banca Generali - da anni sponsor ufficiale dell'evento insieme a Eberhard e Audi - e a Mantova è iniziata la nostra avventura. Lei, la Zagato, ci attende sorniona. Livrea amaranto e viola, linea da urlo, compatta e grintosa (ben più dei cavalli che sprigiona realmente), ci accoglie con una seduta inaspettatamente comoda. Serve qualche minuto per prendere dimestichezza con una frizione altissima, un pedale del freno lungo e spugnoso, il manettino dell'aria, un po' di levette di ferro da memorizzare. Rivediamo in pochi minuti - atterriti - il nostro concetto di frenata, rispolveriamo la vecchia “doppietta” e ci consoliamo se saltiamo la seduta in palestra: ci pensa lo sterzo delle dimensioni di un timone e senza servoassistenza a tonificare i bicipiti. L'entusiasmo sale: la gente assiepata lungo le strade della Bassa - da San Secondo a Fontevivo - saluta, i 90 all'ora regalano le emozioni che oggi dà un'Audi a 230 e sembra tutto un gioco. Ma il bello arriva quando si sale verso Varano. Comincia a piovere, di bocchette dell'aria nemmeno l'ombra, per non appannare i vetri si aprono i finestrini e piove dentro, i tergicristalli di 15 centimetri sono fantozziani, la frenata sul viscido diventa un balletto: meglio attivare la centralina dell'attenzione. Niente cinture, niente poggiatesta e allora cominci a pensare che le auto oggi saranno anche tutte uguali però in 60 anni qualche progresso lo abbiamo fatto. Usciamo dal circuito di Varano dopo le prove di regolarità in pista e patapum, la Zagato si spegne. Il fido meccanico che ci segue con discrezione ma comodamente seduto in Mercedes ci riavvia in qualche modo. E qui comincia l'incubo: brume che sanno già di funghi anticipano l'inverno sulla Cisa, fa freddo, si vede poco, la discesa è una lastra insaponata, il punta-tacco (con pedali da autoscontro!) si fa frenetico prima dei tornanti ma nessuno molla. Anzi, cominciamo a «ingarellarci» con delle splendide Porsche 356 che hanno più cavalli, ma il bello è proprio quello. Ti accorgi che l'occhio cerca per abitudine il navigatore, la temperatura esterna, sogni di attivare il cruise control e provi a guardare nello specchietto di destra, ma non c'è. Poi vedi quelli con una cabrio degli anni Trenta e allora tuto diventa molto relativo. A diciott'anni in fondo giravamo comodi in quattro con la 500 (quella “vera”) dell'amico di turno, poi ci si adagia sul progresso e forse è giusto così. Ma torniamo a noi. Quando dopo Aulla si scollina verso San Terenzo Monti e le ombre si allungano scopri anche che i fari servono solo per essere notati (si spera) e qui la fatica di una tappa di 275 km senza un metro di autostrada inizia a farsi sentire. I “cadaveri” (in senso meccanico) lungo la strada aumentano, qualcuno osa troppo e ci stringe il cuore vedere un paio di vecchie signore davvero malconce sul ciglio della strada, nemmeno fosse una gara a eliminazione. Due lunghe code per un paio di incidenti dilatano la tappa. E' buio pesto all'ultimo timbro in Versilia e quando si tocca il Forte è come un'oasi nel deserto. E' fatta: le signore riposano in fila, attendono un'altra tappa - ben più lunga - fino a Rimini. Ma loro sono senza paura.

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