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Storia di Marta: "Io che dopo l'ultimo schiaffo ho detto basta"

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La testimonianza di Marta, che dopo tre anni e mezzo di violenza domestica ha trovato la forza di uscire dall'incubo e cacciare dalla propria vita quell'uomo che la maltrattava: un uomo che, a dispetto di quel che si può immaginare, aveva un elevato livello culturale e un'ottima posizione sociale. Come anche tanti altri uomini violenti.

Chiara Cacciani

"E' che molti di loro sono uomini di successo, laureati, e si presentano a te come principi azzurri: è questo che bisogna dire. Ti fanno pensare che solo adesso la tua vita sia finalmente come la meritavi; in realtà ti hanno scelta bene. Hai quello che a loro manca: una vera capacità di amare».

L'inizio della storia di Marta arriva a sorpresa via messaggio, e nelle lettere uscite dalla tastiera si sono comunque infilate le emozioni che la voce avrebbe tradito: una vergogna appiccicosa e la forza ritrovata, la rabbia e la delusione, l'incerta certezza di chi torna a respirare. «Io sono fra quelle che sono state picchiate e abusate psicologicamente – si presenta schietta -. Io ne sono fuori. O meglio: io l'ho buttato fuori dalla mia casa, ho cambiato serrature e numero di telefono, poi ho scelto di farmi aiutare a resistere. E ce la sto facendo». «Vien da chiedersi come sia possibile dover resistere, vero? - aggiunge subito, facendo immaginare un sorriso amarissimo - Provo a spiegartelo, se vuoi...».

L'ha fatto a voce, stavolta. Lei che si è mescolata a chi il 25 novembre in piazza Garibaldi diceva no alla violenza sulle donne, sottobraccio al figlio. Un figlio che adesso sa di quel giorno di settembre in cui la testa di sua madre continuava a ripetere «Basta!» mentre metteva alla porta l'uomo che per tre anni e mezzo le era stato compagno. La crosta perfetta, e un nucleo di perfidia sottile e di meticolosa manipolazione, di ossessione mascherata da attenzioni, di carezze diventate botte per caso, per colpa di lei. Violenza, appunto. Li ha ribattezzati «i rapporti striscianti», Marta: «Quelli che non riesci da subito a catalogare come maligni. In fondo pensi che a te non capiterà mai». «Io – racconta - ho detto basta mentre la faccia mi sbatteva contro il frigorifero sulla spinta dello sberlone ricevuto. Aveva appena mollato la presa al collo, ben attento a non lasciarmi segni».

Era stato a un vernissage a Milano che si erano incrociati gli sguardi e poi – chiacchierando – i comuni interessi. «Ci eravamo piaciuti subito, per una quindicina di giorni abbiamo continuato a conversare al telefono e alla fine abbiamo deciso di rivederci. Questa storia mi è capitata in un momento particolare – si guarda indietro, abbracciando idealmente la donna che è stata -. ero separata da poco, stavo affrontando un lutto in famiglia, ma forse ero anche pronta a cose nuove. Ad esempio all'arrivo del principe azzurro, anche se non sono più una ragazzina». Un travolgente crescendo di romanticismo con minuscoli pois d'ombra «che non vuoi vedere perché la favola è troppo bella». Scatti di rabbia gratuita «sfumati» coi regali, parole di svilimento, scenate di gelosia motivate d'amore. «Nel tempo si moltiplicano: una volta al mese, poi due, tre. E peggiorano. E' che il meccanismo è complicato...». Tanto complicato da arrivare piano piano a cambiare le tue abitudini di vita e cambiare te. «Hai un interesse, o un evento a cui vorresti partecipare? Ti dice di non farlo più e tu accetti. I pantaloni sono troppo attillati? E allora li smetti, tanto sei felice per il costoso maglioncino che ti ha comprato. Accollato, da settantenne, ma cosa importa? Cambi cibi, detersivi, perfino amicizie. E se dopo una discussione ti avvicini al letto per far pace e ti arriva un calcio nello stomaco, è solo perché ti sei avvicinata mentre lui si stava infilando i jeans, no?».

Anche Marta ha un alto livello culturale e sceglie con cura le parole. «Io provo una vergogna enorme per essermi infilata in una situazione del genere. La mia autostima con lui si è annullata: tutto quello che sapevo, le mie esperienze di vita, le mie opinioni erano diventate spazzatura. E se fornivo prove per sostenerle, era più facile che arrivassero le botte. Nell'ultimo periodo se andavo al supermercato e ci restavo più di 15 minuti, per lui c'era qualcosa sotto. Quando poteva mi accompagnava e controllava che facessi la spesa per più giorni, così il resto della settimana avrei fatto solo il tragitto casa-lavoro. Alla fine per tranquillizzarlo ero io che spontaneamente lo tenevo informato sui miei movimenti».

Come si è salvata Marta? «Il caso e la mia vocina interiore hanno rallentato i progetti di convivenza: ora sarei in un'altra città, avrei chiesto un trasferimento al lavoro e chissà... Invece ho cominciato a cercare informazioni su internet e ho trovato conferma ai miei dubbi. E quel giorno di settembre, con la faccia rivoltata da uno schiaffo, ho detto basta. Le prime settimane temevo di non farcela, lui mi cercava: allora ho chiesto un supporto psicologico, ho parlato a mio figlio e ho chiamato i suoi, che ormai frequentavo abitualmente. "Faceva così anche con nostra madre: speravamo fosse cambiato"».

Non è nelle statistiche ufficiali, Marta. Per ora non ha denunciato. «Ci penso, ma non volevo mettere in difficoltà i nostri figli». Intanto prova a parlare alle altre lei: «E a loro voglio dire di non tralasciare mai i primi segnali, tutto ciò che suona stonato, anche se sembrano sciocchezze. E' lì che bisogna alzare le antenne e chiedere aiuto per leggere quei comportamenti sbagliati. Prima che arrivino le botte. Prima che arrivi la morte».

«Perché - aggiunge - in questa situazione siamo in tante. Solo nella mia cerchia di amicizie ne conosco quattro. E allora mi chiedo: ma quanti, quanti sono questi uomini?».

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