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Il racconto della domenica

Tè da Olga e la storia di Ludwig

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Gustavo Marchesi
A Basilea faceva già freddo. Il corso estivo dello Straderhaus chiudeva, i corsisti erano di partenza. Hellmut tornava a Düsseldorf, Arturo a Modena, ma prima dovevano un saluto a Olga Melidovich. L’anziana russa traduceva per la scuola e a tempo perso scriveva versi che si vergognava di pubblicare.
Abitava un piccolo alloggio lungo il dorso della collina alle spalle dello Straderhaus.
Hellmut e Arturo si infangarono senza pietà per un sentiero tra orti di cavoli invetriati dalla rugiada. Hellmut per poco non scivolava e si aggrappò a un tronco di caco, tingendosi le mani di verde né più né meno della scorza. Ancora ridendo grattarono a fondo le suole ed entrarono dalla russa. La Melidovich sedette con loro sulla panca davanti alla stufa. Il letto era occupato da quattro ragazze accoccolate senza scarpe, i calzettoni vivaci. Arturo si impensierì fissando con diligenza quelle estremità colorate.
Lui e la Melidovich cominciarono a parlare di Esenin. Hellmut seguiva con orecchio distratto. Olga ricordava gli anni della gioventù a Mosca, e Sergej Esenin, nell’università Shanyavskij. Pronunciando il suo nome, disegnava tra il petto e la fronte la croce ortodossa e biascicava una formula.
Hellmut non afferrava quali fossero i meriti di Esenin prima di impazzire per la Duncan. Ma il poeta biondo, autunnale e sacro, non era passato invano accanto alla Melidovich.
«Odora di pomi e di miele - nelle chiese il tuo mite Salvatore», declamò Olga in russo, con un tremito. Delle lotte che il poeta aveva sostenuto dopo il ‘18, delle sue intemperanze e disgrazie, Hellmut non capì se Olga sapeva o preferisse tacere.
«Sono accadute troppe calamità in Russia perché non si possa perdonare a uomini come Sergej» continuò la Melidovich: «Quando la mia giovinezza ebbe termine, anche la Russia aveva terminato di esistere, come un antico animale a corto di fiato». E si rivolse a Hellmut in tono compassionevole, e impietoso: «Anche voi tedeschi avete ricevuto la vostra parte. Eppure dite di non averne abbastanza, che eravate preparati a soffrire di più, che il vostro orgoglio voleva di più».
E raccontò del dottor Ludwig, il medico della scuola, uno di Stoccarda, capitano della Wehrmacht in Russia. Era l’inverno 1942, fronte del Don. Calava la sera quando il capitano, che aveva camminato giorni nella pianura nevosa, raggiunse mezzo assiderato una baracca, una stalla smessa, col tetto di lamiera. Dentro si entrava a stento per la ressa: erano italiani, alpini, addormentati in piedi. Ludwig si rannicchiò in una rientranza del muro. Durante la notte ebbe la sensazione di essere strappato dal suo angolo, ma non riuscì a svegliarsi. Udiva uno stridore fortissimo e un tramestio, delle grida come di gente in fuga. Quando aprì gli occhi, si accorse che era solo. Dalla porta spalancata entrava una luce sfolgorante. Non se la sentiva di rimettersi in cammino, ma il freddo lo spinse fuori, al sole.
Un numero imprecisato di corpi pressati e impastati tra il fango e la neve giaceva dietro la baracca e ai bordi di una pista tracciata da mezzi pesanti. Dovevano essere dei tank russi. Gli italiani terrorizzati avevano lasciato in massa il ricovero, ingannati dalla speranza di sfuggire a un assalto. I loro cadaveri formavano un macabro concime, rivoltato dai carri come dal passaggio di un aratro. Un concime gelato che aspettava la primavera.
Come colpita da un improvviso malessere, Olga si fermò. Volle preparare un tè: «Qui non ho il samovar, tante cose non ho, capirete. Devo fare tutto in un bricco».
Li avvisava del risultato. Poteva essere imbevibile. E lo fu.

 

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